Parole profetiche per il nostro tempo

Vocabolario di papa francesco2DEF.inddDopo il successo del primo "vocabolario", ecco un nuovo volume con altri termini tra i più ricorrenti nei discorsi, nelle omelie, nei documenti di papa Bergoglio.
Queste "parole" sono riprese e raccontate da giornalisti e comunicatori diversi che lo seguono da vicino, ognuno con il suo stile, ognuno con la sua sensibilità Uno strumento utile per cogliere il pensiero di Bergoglio e per orientare cristianamente la propria vita.

L'Autore: ANTONIO CARRIERO è salesiano di Don Bosco. Collabora con Avvenire, L'Osservatore Romano e Vatican Insider de La Stampa.

PRESENTAZIONE
Francesco è un incontro continuo
Greg Burke
Direttore della Sala Stampa della Santa Sede

Se c'è una persona che non ama tanto le parole ma i fatti, quello è Papa Francesco. Perciò come affrontare un vocabolario - per di più il secondo volume - che cerca di rappresentare con cinquanta parole il Pontefice? In realtà l'imbarazzo si supera velocemente perché in queste pagine non c'è affatto la disamina di princìpi teorici quanto la ricerca concreta e tangibile
di ciò che in Papa Francesco è vita quotidiana e impegno costante delle sue azioni.

Sarebbe impossibile rendere astratto Francesco. Egli è un "fatto" continuo. Egli è un incontro continuo. Persino i suoi documenti di Magistero sono scritti in modo tale da essere sempre un richiamo all'azione, al cambiamento, alla vita che vive. Papa Francesco è il Papa dell'amore non "a parole" ma da vivere.

In fin dei conti è il filo rosso che lega queste cinquanta parole: l'amore sono i fatti, non i ragionamenti. È bello che i temi siano affrontati da giornalisti e comunicatori così diversi, ognuno con il suo stile, ognuno con la sua sensibilità. È il modo migliore per parlare di Papa Bergoglio. La ricchezza di questo pontificato, infatti, non può essere trovata se non in un insieme di sguardi e di voci che vengono da prospettive diverse. Come quell'immagine a lui cara del poliedro con molteplici facce che è preferibile alla sfera uniforme.

Più che un vocabolario questo secondo volume, in continuità con il primo, appare come un'agile guida alla conoscenza di Papa Francesco, visto con gli occhi di chi, per lavoro ma anche per motivi personali, lo segue da vicino. In questo modo diventa una specie di conversazione a più voci tra amici e colleghi, in certi casi sembra quasi che le voci siano state elaborate confrontandosi, parlando, scambiandosi idee. Non è strano, è lo scenario della comunicazione in cui siamo: una conversazione costante che si alimenta online e offline in cui ciascuno si può affacciare e dare il suo contributo. Ecco, il vocabolario è così: un insieme di spunti nel flusso della vita di Papa Francesco che continuamente ci interpella.

Questo non è un volume statico ma uno stimolo: a leggerlo viene voglia di fare qualcosa, di dire la propria, di entrare nell'"avventura" a cui il Papa ci sta invitando. Un'avventura che ci spinge a prenderci un po' di più sulle spalle il destino degli uomini, soprattutto a partire dagli ultimi. Sinceramente, se avessi potuto scegliere il titolo non avrei optato per "vocabolario" ma avrei descritto quello che è oggettivamente: "cinquanta buoni motivi per rendere il mondo un posto migliore".

Il Decalogo della Misericordia nella Comunicazione

il_decalogoDieci buone regole che papa Francesco ci offre per essere comunicatori di Misericordia. Indicazioni che valgono per tutti, non solo per i giornalisti o i comunicatori professionisti. Come ha detto Francesco «l'amore, per sua natura, è comunicazione» e dunque come esseri capaci di amare, noi esseri umani siamo tutti naturalmente comunicatori.
Nella redazione di questo speciale "Codice" l'autore si è fatto aiutare da alcune immagini, alcuni gesti del papa. La misericordia, infatti, è una virtù concreta, operativa. E questo deve valere anche quando la applichiamo al nostro modo di comunicare.

Un piccolo contributo di riflessione, suscitata da papa Francesco, per una comunicazione che metta al centro la persona e che abbia il coraggio di farsi prossima a tutti.

Il Papa non sapeva che Vinicio non fosse contagioso quando lo ha abbracciato. L'uomo coperto da escrescenze per una neurofibromatosi, rifiutato dalla gente per il suo corpo deturpato, incontra l'amore perché Francesco non ci pensa due volte a stringerlo fra le braccia, restituendogli dignità. E' questa forse una delle immagini riportata dal libro di Alessandro Gisotti, che esprime meglio l'intento del volume: far capire come il Papa comunica e insegna a comunicare.
A spiegare che il contesto di una vera comunicazione è il "patto", è nella prefazione il card. Luis Antonio Tagle. Un concetto centrale su cui l'arcivescovo di Manila si è soffermato anche in un recente incontro presso "Civiltà Cattolica":
"È molto importante avere strategie di comunicazione. Ma attenzione: quando la comunicazione diventa solo strategia non è comunicazione, diventa manipolazione. Nella Bibbia, il contesto della vera comunicazione è il Patto di Dio con l'uomo, il patto dell'uomo con la donna, il patto fra le persone in una comunità. È questo il senso della comunicazione dobbiamo portare nel mondo dei Social media".

"Comunicare con tutti, senza esclusione", "Non spezzare mai la relazione e la comunicazione", "Generare una prossimità che si prenda cura": sono alcuni dei "comandamenti" indicati da Francesco, secondo l'autore del libro che associa ad ognuno un'immagine: dalla telefonata di Francesco a Pietro Maso fino all'incontro nei giardini vaticani con Shimon Peres e Abu Mazen.

L'autore del libro, Alessandro Gisotti, afferma:

"Questo piccolo volume che ho voluto offrire a chi lo vorrà leggere, vuole proprio essere questo: un 'codice della mente e del cuore', che vada aldilà degli articoli o dei comma di legge, e che cerchi di riappropriarsi del senso vero della comunicazione. Il card. Tagle, nella prefazione del mio libro, sottolinea che questo è l'intento del volume, cioè andare attraverso il Magistero di Francesco, anzi guidati da Papa Francesco, al cuore della comunicazione e, al cuore della comunicazione, c'è la persona. Francesco ci dice dunque che se non stiamo creando ponti, se non stiamo abbattendo muri, in realtà non stiamo proprio comunicando! Quindi l'atto del comunicare per essere davvero tale, deve veramente creare la relazione, sanare laddove ci sono ferite ed orientare verso processi di riconciliazione".

Borges, Manzoni, Shakespeare: sono tante le citazioni colte, che vengono declinate in modo concreto nel libro, cioè associate ai gesti del Papa che, come spesso rilevato, comunica con le parole non meno che con i gesti. Non a caso McLuhan diceva: "Il mezzo è il messaggio". La parola chiave è infatti prossimità perché comunicazione e misericordia si incontrino.

Ancora Gisotti afferma:
"Nel primo messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali c'è questa originalità: il Papa ha paragonato il buon comunicatore al Buon Samaritano. Sostanzialmente ha detto che il modello per un giornalista, per un comunicatore di professione, è il Buon Samaritano. Questo ha colpito me come credo abbia colpito molti di noi, nella comunità di comunicatori, perché Francesco sottolinea che il Samaritano passa dal chiedersi: ‘Chi è il mio prossimo?' al farsi prossimo a tutti e ad ognuno. Questo ha molto a che vedere con la comunicazione. Non a caso Francesco definisce il potere della comunicazione come il potere della prossimità. Questo, chiaramente, implica una cura del linguaggio, delle parole che sono "esseri viventi", come diceva Victor Hugo. Quindi questo tema della prossimità è presente non solo nella sua azione pastorale ma proprio nell'esortazione che rivolge ad ogni tipo di comunicazione non solo professionale ma anche della vita; pensiamo alla famiglia, pensiamo a quel ‘permesso, scusa, grazie'. Tre parole così semplici che danno proprio il senso di una prossimità nella vita quotidiana".

A prima vista Il Decalogo del Buon Comunicatore sembra un libro per giornalisti o addetti alle comunicazioni. Ma non è così. E' un testo che si legge tutto d'un fiato: stimola il desiderio di andare oltre le proprie debolezze, oltre quella reazione istintiva assetata di identificare il nemico o il diverso, per poter invece comunicare così, come con quell'abbraccio del Papa a Vinicio.

L'Autore:

ALESSANDRO GISOTTI è vice-caporedattore alla Radio Vaticana dove lavora dal Giubileo del 2000 dopo un'esperienza alle Nazioni Unite. Giornalista professionista dal 2004, segue quotidianamente l'attività del papa e della Santa Sede.

Con la prefazione del Cardinale Luis A. Tagle, Arcivescovo di Manila, Presidente di Caritas Internationalis.

 

Il Giubileo della Misericordia, preghiera, incontro, catechesi con Papa Francesco

 

1459332812473Preghiera, catechesi, conferenze e testimonianze: particolarmente intenso si annuncia il programma del Giubileo di quanti aderiscono alla spiritualità della Divina Misericordia. Provengono da associazioni, movimenti, istituti religiosi di tutto il mondo coloro che si daranno appuntamento a Roma dal 1 al 3 aprile, giorno in cui cade la Festa della Divina Misericordia, per questo grande evento giubilare che sarà occasione di approfondimento del tema dell'Anno Santo in corso.

La Chiesa ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo, che per mezzo suo deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona. - scrive il Papa nella Bolla di Indizione (M.V.,12)

Queste giornate all'insegna della Divina Misericordia si apriranno venerdì 1 aprile con la Notte di Riconciliazione in programma nella chiesa di Santo Spirito in Sassia e nelle tre chiese giubilari di San Salvatore in Lauro, San Giovanni Battista dei Fiorentini e Santa Maria in Vallicella dove dalle 20 alle 24 sono previste l'adorazione eucaristica, la possibilità di confessione e la lectio divina individuale. Stesso programma nei medesimi luoghi di culto (ad eccezione fatta di Santa Maria in Vallicella) si replicherà dalle 9 alle 14  l'indomani, sabato 2 aprile, giorno in cui ricorre l'11° anniversario della nascita al Cielo di San Giovani Paolo II. Nel pomeriggio questo grande evento giubilare proseguirà con il pellegrinaggio alla Porta Santa di San Pietro, l'ingresso in Piazza ed uno spazio dedicato alle testimonianze e all'animazione che culminerà alle ore 18:00 con la Veglia con il Santo Padre che il giorno dopo, nella Festa della Divina Misericordia, celebrerà la Santa Messa alle ore 10:00 con cui si concluderanno queste tre intense giornate.

Quest'anno il ritorno alla Casa del Padre di San Giovanni Paolo II coincide come allora con la vigilia della Festa della Divina Misericordia, da lui istituita per tutta la Chiesa nel 2000, una settimana dopo la Pasqua, nella “Domenica in Albis". A volere questa festa, secondo le visioni avute da suor Faustina Kowalska, la religiosa polacca canonizzata da Wojtyla nel 2000, fu Gesù stesso. Di Santa Faustina Kowalska, Apostola della Divina Misericordia, Papa Francesco scrive: “Lei, che fu chiamata ad entrare nelle profondità della divina misericordia, interceda per noi e ci ottenga di vivere e camminare sempre nel perdono di Dio e nell’incrollabile fiducia nel suo amore.” (M.V., 24).

In contemporanea con il grande evento giubilare, si terrà dal 30 marzo fino al 4 aprile il Congresso Apostolico Europeo della Misericordia: organizzato dalla WACOM, Word Apostolic Congress of Mercy, presieduta dall'Arcivescovo di Vienna, il cardinale  Christoph Schönborn, esso prevede due giornate di riflessione e di studio con interventi e conferenze tenuti da relatori di altissimo livello per poi unificare il proprio programma dalla sera del 1 aprile con quello di quanti vivranno il Giubileo della spiritualità della Divina Misericordia (http://www.wacom2017.org/PROGRAMA-DEL-CONGRESSO-APOSTOLICO-EUROPEO-DELLA.html).

 

Notte di Natale 2015

di Laura Vanetti

nativitàIl mondo ancora una volta si fa culla del Verbo incarnato per la salvezza di tutti. Un Verbo portatore di quella Misericordia e di quella nuova capacità di Perdono di cui l'Anno Santo appena iniziato si fa portatore. L'anno della Speranza, quella implorata per portare sollievo alle popolazioni afflitte da odi e rancori che paiono annichilire l'Uomo, renderlo schiavo. Quella Speranza di essere capaci di perdonare quando l'ingiustizia nei suoi mille volti bussa alle porte di ognuno, ovunque. Da una terra in fiamme come la Siria alla terra inaridita della nostra anima, Dio bussa tra incongruenze dell'Uomo, tra gli scandali di coloro che ha chiamato a seguirlo in modo più vicino Dio bussa alle porte del cuore di ognuno, alle coscienze collettive.

E mentre l'Uomo si perde in mille parole, in mille riti, forme, in mille dottrine

Dio, per l'Uomo, ha una sola parola "Amore"

 

La Redazione di ENPLEINAIR NEWS augura a tutti un Buon Natale

Il messaggio cristiano a fumetti

Di questi tempi non è certo facile conservare l’ottimismo e aprirsi alla vita con gioia: ce ne sono tutte le ragioni. Tuttavia, la predisposizione d’animo con la quale nella vita ci apprestiamo ad affrontare le diverse situazioni condiziona in modo determinante i risultati delle nostre azioni ed è più “conveniente”, quindi, continuare a cercare la positività. In modo da riuscire a vedere le opportunità che ci si presentano e  accrescere le proprie potenzialità, rischiando di non disperderle al vento. Un messaggio di cui si fanno portatori anche la chiesa cristiana e il suo papa che, sebbene continui ad invocare la fratellanza e la pace in risposta agli attentati terroristici e alle guerre che flagellano il nostro mondo, invita contemporaneamente a guardare alla vita con ottimismo e positività. Tesori molto preziosi che rendono le persone forti, positive, costruttive, generose e carismatiche. Per sviluppare questo atteggiamento, questa visione, buoni partner sono sicuramente l’ironia e il sorriso. Del resto, la bibbia è anche il libro del sorriso e del riso di Dio, ha dichiarato Roberto Benigni all'indomani del successo de "I dieci comandamenti" commentati su Rai Uno.

Elledici, casa editrice torinese leader nel campo della catechesi, dell'insegnamento delle religione, dell'educazione e dell'evangelizzazione, raccoglie questa sfida e propone un nuovo volumetto che rilegge la bibbia col sorriso. La felicità sarà impossibile da raggiungere, ma si possono cogliere ed assaggiare le piccole dosi di felicità racchiuse nelle nostra attività quotidiane. E’ questo lo spirito di “Sorrisi Divini”e del suo autore Roberto Benotti, in arte Robihood, che è entrato nel libro sacro con il suo fiuto da umorista cogliendone il lato simpatico e sereno. Benotti si è divertito a lanciare le sue ironiche frecciatine ai personaggi che hanno fatto la storia della salvezza, dalla prima coppia in paradiso alla prima comunità cristiana: 168 pagine di fumetti che rileggono, con la lenta dell’ironia, tutti i passi più importanti della bibbia. Un buon strumento anche per la catechesi, per far avvicinare più facilmente i ragazzi alla comprensione del messaggio cristiano. Il volumetto segue lo straordinario successo di “I love Francesco”, 145 vignette, umoristiche, lievi e profonde nello stesso tempo, sempre disegnate da Roberto Benotti, dedicate proprio a papa Bergoglio che rischia di diventare il papa più amato della storia della chiesa cattolica romana, anche da chi non si considera (completamente) credente.

Due volumetti, insomma, ideali per un regalo natalizio “alternativo”.

di Gaetano Farina

Ad EXPO accordo tra istituzioni, università del Monferrato e scuole Salesiane nel mondo

L'Expo dilogo-banner-sitoMilano è stato il luogo di incontro fra i Salesiani di don Bosco e alcune realtà monferrine (amministrazioni locali, produttori, università) orientato a creare sinergie utili alla formazione dei giovani.

Sabato 19 settembre, nel salone incontri del parco della biodiversità, si è svolto il forum conclusivo tra alcune Scuole Agrarie Salesiane (Rodeo del medio dell’Argentina, Campo Grande del Brasile, Linares del Cile, Ressins della Francia) e alcuni imprenditori agricoli del Monferrato, la terra di Don Bosco.

Ai lavori, seguiti da Mauro Vignola, della segreteria del vice ministro alle politiche agricole, Andrea Olivero, hanno partecipato don Claudio Belfiore direttore di Casa don Bosco, don Egidio Deiana, rettore della Basilica del Colle Don Bosco, il sindaco di Castelnuovo don Bosco Giorgio Musso, direttore del polo Uni Astiss Francesco ScalfariRiccardo Beltramo, direttore del master Patrimoni Collinari dell'Università di Torino, Lorenzo Gianasso, consigliere di Castelnuovo don Bosco, Daniel Ormeno, responsabile dell'associazione Plaza Argentina-Italia, il giornalista Franco Binello, alcuni produttori astigiani coinvolti nel progetto.

Un documento con cinque punti, condiviso e approvato dalle parti, è la traccia su cui si basa la collaborazione fra il Monferrato e le scuole salesiane nel mondo per i prossimi anni. I filoni sono: la formazione dei giovani sia del settore agricolo e sia della ristorazione, gli scambi didattici fra universitari, la consulenza tecnica nel campo dell'agricoltura, gli scambi commerciali di prodotti tipici ed equo solidali, le opportunità di turismo nei rispettivi territori.

La proposta collaborativa è aperta sia ad altre scuole e aziende salesiane del mondo e sia ad altri imprenditori del Monferrato e del Piemonte. Nella testimonianza dei partecipanti emergono le motivazioni di questa straordinaria opportunità di formazione giovanile e cooperazione agricola.

Don Deiana: "La presenza delle scuole agricole salesiane nel mondo ha stimolato il confronto collaborativo tra loro e le realtà produttive e formative del territorio da dove Don Bosco è partito, il Monferrato, con i suoi valori e le sue risorse".

"Provare a unire le risorse può essere un'opportunità in più per i giovani, come ha provato a fare Don Bosco; l'occasione di Expo con la presenza di casa don Bosco - ha proseguito don Belfiore - è un'esperienza utile che rende ancora più vivo e attuale il messaggio e l'opera educativa".

Per i nostri giovani e docenti è occasione di migliorare le proprie competenze e soprattutto vivere un’esperienza che consente di conoscere le radici del progetto educativo di Don Bosco proprio nella sua terra, tra la sua gente. Ci aiuta molto” così il preside di Linares, Carlos Hidalgo.

Una proposta che vuole migliorare la nostra preparazione professionale e ci offre una chance in più per inserirci nel lavoro” così i giovani di Ressins.

Una stimolante opportunità per i nostri studenti e docenti di scambiare conoscenze che migliorano le professionalità richieste in agricoltura dal dialogo con i temi delle biodiversità, biotecnologia e sostenibilità delle risorse” condividono i docenti di Campo Grande, Rodeo del Medio e Università di Torino.

L'università di Asti è stata individuata quale riferimento culturale e formativo del progetto per tutto il Monferrato. "È una straordinaria occasione per uscire dall'ambito locale e aprirci al mondo - dice Francesco Scalfari, direttore di UniAstiss - attraverso le potenzialità espresse delle scuole e università salesiane che operano nello stesso settore agricolo, quello della vitivinicoltura e dei prodotti tipici. Oggi i nostri  studenti e tecnici hanno la possibilità di realizzare scambi culturali e didattici verso territori a noi vicini per tradizione e tecniche colturali".

Per Giorgio Musso la formazione dei giovani per uno sbocco lavorativo è una delle situazioni più urgenti. "Il confronto collaborativo tra scuole salesiane, Uni Astiss e le aziende agricole locali è la base per costruire una rete su cui possono contare le amministrazioni locali.  Expo ha aperto gli orizzonti istituzionali in modo straordinario con la mediazione di un personaggio come Don Bosco che opera a livello universale per il bene e l’educazione giovanile".

Giornata Mondiale di preghiera per la cura del Creato

OMELIA DI P. RANIERO CANTALAMESSA, O.F.M. Cap.
PREDICATORE DELLA CASA PONTIFICIA

 

Dio li benedisse e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra» (Gen 1, 28).

Queste parole hanno suscitato in tempi recenti una forte critica. Esse, ha scritto qualcuno, attribuendo all’uomo un dominio indiscriminato sul resto della natura, sono all’origine dell’attuale crisi ecologica. Viene rovesciato il rapporto del mondo antico, soprattutto dei greci, che vedeva l’uomo in funzione del cosmo, e non il cosmo in funzione dell’uomo (Lynn White, The historical roots of our ecologic crisis in «Science» 1967 e in «Ecology and religion in history» 1974).

Io credo che questa critica, come tante analoghe mosse al testo biblico, parta dal fatto che si interpretano le parole della Bibbia alla luce di categorie secolari ad essa estranee. “Dominate”, non ha qui il significato che la parola ha fuori della Bibbia. Per la Bibbia, il modello ultimo del dominus, del signore, non è il sovrano politico che sfrutta i suoi sudditi, ma è Dio stesso, Signore e padre.

Il dominio di Dio sulle creature non è certo finalizzato al proprio interesse, ma a quello delle creature che egli crea e custodisce. C’è un parallelismo evidente: come Dio è il dominus dell’uomo, così l’uomo deve essere il dominus del resto del creato, cioè responsabile di esso e suo custode. L’uomo è creato perché sia «ad immagine e somiglianza di Dio», non di padroni umani. Il senso del dominio dell’uomo è esplicitato da ciò che segue poco dopo nel testo: «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2, 15). Lo esprime molto bene la preghiera Eucaristica IV dove si dice rivolti a Dio: «A tua immagine hai formato l’uomo, alle sue mani operose hai affidato l’universo perché nell’obbedienza a te, suo creatore, esercitasse il dominio su tutto il creato».

La fede in un Dio creatore e nell’uomo fatto a immagine di Dio, non è dunque una minaccia, ma piuttosto una garanzia per il creato, e la più forte di tutte. Dice che l’uomo non è padrone assoluto delle altre creature; deve rendere conto di quello che ha ricevuto. La parabola dei talenti ha qui la sua applicazione primordiale: la terra è il talento che tutti insieme abbiamo ricevuto e di cui dobbiamo rendere conto.

L’idea di un rapporto idillico tra l’uomo e il cosmo, fuori della Bibbia, oltre tutto, è una invenzione letteraria. L’opinione dominante tra i filosofi pagani del tempo tendeva a fare del mondo materiale, sulla scia di Platone, il prodotto di un dio di secondo rango (ilDeuteros theos, o Demiurgo), o addirittura, come dirà Marcione, opera di un dio cattivo, diverso dal Dio rivelato da Gesù Cristo. L’anelito era liberarsi dalla materia, non liberare la materia. Una visione, questa, che al tempo di Francesco d’Assisi riviveva nell’eresia dei catari.

Una riprova che non è la visione biblica a favorire la prevaricazione dell’uomo sul creato, è che la mappa dell’inquinamento non coincide affatto con quella della diffusione della religione biblica o di altre religioni, ma coincide piuttosto con quella di una industrializzazione selvaggia, volta solo al profitto, e con quella della corruzione che chiude la bocca a tutte le proteste e resiste a tutti i poteri.

Accanto alla grande affermazione che uomini e cose provengono da un unico principio, il racconto biblico mette in luce, questo sì, una gerarchia di importanza che è la gerarchia stessa della vita e che vediamo inscritta in tutta la natura. Il minerale serve al vegetale che di esso si nutre, il vegetale serve all’animale (è il bue che mangia l’erba non il contrario!), e tutti tre servono alla creatura razionale che è l’uomo.

Questa gerarchia è per la vita, non contro di essa. Essa viene violata, per esempio, quando si fanno spese pazze per degli animali (e non certo per quelli in pericolo di estinzione!), mentre si lasciano morire di fame e di malattie milioni di bambini sotto i propri occhi. Qualcuno vorrebbe abolire del tutto la gerarchia tra gli esseri, posta dalla Bibbia e insita nella natura. Ci si è spinti addirittura a ipotizzare e auspicare un universo futuro senza più la presenza in esso della specie umana, ritenuta dannosa per il resto del creato. La si chiama “ecologia profonda” (è il caso del sito internet VHEMT - Voluntary human extinction movement). Ma questo è chiaramente un non-senso. Sarebbe come se un’immensa orchestra fosse ridotta a suonare una splendida sinfonia, ma nel vuoto totale, senza che ci sia nessuno ad ascoltare e gli stessi suonatori fossero sordi.

Come è rasserenante, in questo contesto, riascoltare le parole del salmo 8 che vogliamo far nostre in questa veglia di preghiera: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi: tutte le greggi e gli armenti e anche le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare, ogni essere che percorre le vie dei mari. O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!».

Passiamo ora al brano evangelico che abbiamo ascoltato: «Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo... Osservate come crescono i gigli del campo. Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”... Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6, 25-34).

Qui le obiezioni umane diventano un coro di protesta. Non preoccuparsi del domani? Ma non è proprio quello che si propone l’ecologismo e che Papa Francesco fa in tutta la sua enciclica Laudato si’? È salutare che a volte reagiamo così alla parola di Gesù; è sempre l’occasione per scoprire qualcosa di nuovo nelle sue parole.

Anzitutto una precisazione necessaria. Gesù non rivolge quelle parole a tutti indistintamente, ma a coloro che chiama a una sequela radicale, a essere suoi collaboratori nella predicazione del regno, al pari di lui che non aveva dove posare il capo. A quelli che confidano a tal punto nella provvidenza del Padre celeste da non preoccuparsi del domani, egli assicura (e la storia in venti secoli non l’ha mai smentito) tutto il necessario, magari all’ultimo momento.

Ma quelle parole di Gesù oggi parlano anche a tutti noi. Dicono: non preoccupatevi del vostro domani, ma preoccupatevi del domani di quelli che verranno dopo di voi! Non chiedetevi: «Che mangeremo? Che berremo? Che vestiremo?». Chiedetevi piuttosto: «Che mangeranno? Che berranno? Che vestiranno i nostri figli, i futuri abitatori di questo pianeta?».

Un grande studioso dell’antichità cristiana, Adolph von Harnack, ha scritto che quando si tratta di noi stessi, il vangelo ci vuole distaccati dai beni della terra, ma quando si tratta del prossimo non vuole nemmeno sentire parlare di disinteresse e di vivere alla giornata. «La massima speciosa del “libero gioco delle forze”, del “vivere e lasciar vivere” — meglio sarebbe dire: vivere e lascia morire — è in aperta opposizione con il vangelo» (Das Wesen des Christentums, Lipsia 1900. Traduzione italiana L’essenza del cristianesimo, Brescia, Queriniana 1980). Purtroppo questa massima del “vivere e lasciar morire” è quella che nessuno pronuncia, ma molti praticano nella realtà. Gesù, in più occasioni, si preoccupa di dare lui stesso da mangiare alla gente, moltiplicando il pane e i pesci, e alla fine dice di raccogliere i pezzi avanzati «perché nulla vada disperso» (Gv 6, 12). Una parola che bisognerebbe adottare come motto contro lo spreco, soprattutto in campo alimentare.

In realtà, il brano evangelico mette la scure alla radice — la stessa scure alla stessa radice a cui la mette Papa Francesco nella sua enciclica. Lo fa quando dice all’inizio del brano: «Non potete servire Dio e la ricchezza». Nessuno può servire seriamente la causa della salvaguardia del creato se non ha il coraggio di puntare il dito contro l’accumulo di ricchezze esagerate nelle mani di pochi e contro il denaro che ne è la misura.

Sia chiaro: Gesù non ha mai condannato la ricchezza per se stessa. A Zaccheo permette di tenere la metà dei suoi beni che dovevano essere cospicui; tra i suoi amici c’è Giuseppe d’Arimatea definito «uomo ricco» (Mt 27, 57). Quella che Gesù condanna è «la ricchezza disonesta» (Lc 16, 9), la ricchezza accumulata a spese del prossimo, frutto di corruzione e speculazione, la ricchezza sorda ai bisogni del povero: quella, per esempio, del ricco epulone della parabola, che oggi, tra l’altro, non sta più per un individuo, ma un intero emisfero.

Ora possiamo dedicare un po’ di attenzione anche a Francesco d’Assisi e al suo cantico delle creature che Papa Francesco, con felicissima intuizione, ha scelto come cornice spirituale per la sua enciclica. Che cosa possiamo imparare da lui, noi uomini d’oggi?

Francesco è la prova vivente dell’apporto che la fede in Dio può dare allo sforzo comune per la salvaguardia del creato. Il suo amore per le creature è una conseguenza diretta della sua fede nella paternità universale di Dio. Non ha ancora le ragioni pratiche che abbiamo noi oggi per preoccuparci del futuro del pianeta: inquinamento atmosferico, scarsità di acqua pulita... Il suo è un ecologismo puro dagli scopi utilitaristici, per quanto legittimi, che abbiamo noi oggi. Le parole di Gesù «Uno solo è il vostro Padre, quello celeste; voi siete tutti fratelli» (cfr. Mt 23, 8-9), gli bastano. Esse non sono per lui un principio astratto; è l’orizzonte costante dentro cui vive e pensa. Forte di questa certezza, egli ha voluto mettere il mondo intero «in stato di fraternità e in stato di lode».

Le fonti francescane ci riferiscono i sentimenti con cui Francesco si accinse a scrivere il suo cantico: «Voglio, a lode di Dio e a mia consolazione e per edificazione del prossimo, comporre una nuova Lauda del Signore per le sue creature. Ogni giorno usiamo delle creature e senza di loro non possiamo vivere, e in esse il genere umano molto offende il Creatore. E ogni giorno ci mostriamo ingrati per questo grande beneficio, e non ne diamo lode, come dovremmo, al nostro Creatore e datore di ogni bene». E postosi a sedere, si concentrò a riflettere, e poi disse: «Altissimo, onnipotente, bon Segnore...» (Leggenda Perugina, 43; «Fonti Francescane», 1592).

Le parole del santo che definisce bello il sole, bello fratello fuoco, chiarite e belle le stelle, sono l’eco di quel «E Dio vide che tutto era bello», del racconto della creazione.

Il peccato di fondo contro il creato, che precede tutti gli altri, è di non ascoltare la sua voce, condannarlo irrimediabilmente, direbbe san Paolo, alla vanità, all’insignificanza (cfr. Rom 8, 18 s.). Lo stesso Apostolo parla di un peccato fondamentale che chiama empietà, o «soffocare la verità». Dice che esso è il peccato di chi «pur conoscendo Dio non gli rende gloria e non gli dice grazie» come si conviene a Dio. Questo non è dunque soltanto il peccato degli atei che negano l’esistenza di Dio; è anche il peccato di quei credenti dal cui cuore non è uscito mai un entusiastico «Gloria a Dio nell’alto dei cieli», né un commosso «Grazie a te, Signore». La Chiesa ci mette sulle labbra le parole per farlo quando, nel Gloria della Messa, ci fa dire: «Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa».

«I cieli e la terra — dice spesso la Scrittura — sono pieni della sua gloria». Ne sono, per così dire, gravidi. Ma essi non possono, da soli, “sgravarsene”. Come la donna incinta, hanno bisogno anch’essi delle abili mani di una levatrice per dare alla luce ciò di cui sono “gravidi”. E queste “levatrici” della gloria di Dio dobbiamo essere noi. Quanto ha dovuto attendere l’universo, quale lunga rincorsa ha dovuto prendere, per giungere a questo punto! Milioni e miliardi di anni, durante i quali la materia, attraverso la sua opacità, avanzava faticosamente verso la luce della coscienza, come la linfa che dal sottosuolo sale verso la cima dell’albero per espandersi in fiore e frutto. Questa coscienza fu finalmente raggiunta, quando comparve nell’universo «il fenomeno umano». Ma ora che l’universo ha raggiunto il suo traguardo, esige che l’uomo compia il suo dovere, che assuma, per così dire, la direzione del coro e intoni per tutti il «Gloria a Dio nell’alto dei cieli!».

Francesco ci addita la strada per un cambiamento radicale nel nostro rapporto con il creato: essa consiste nel sostituire al possesso la contemplazione. Egli ha scoperto un modo diverso di godere delle cose che è quello di contemplarle, anziché possederle. Può gioire di tutte le cose, perché ha rinunciato a possederne alcuna. Le fonti francescane ci descrivono la situazione di Francesco quando compone il suo Cantico delle creature: «Non essendo in grado di sopportare di giorno la luce naturale, né durante la notte il chiarore del fuoco, stava sempre nell’oscurità in casa e nella cella. Non solo, ma soffriva notte e giorno così atroce dolore agli occhi, che quasi non poteva riposare e dormire, e ciò accresceva e peggiorava queste e le altre sue infermità» (Leggenda Perugina, 1614; «Fonti Francescane», 1591).

Francesco canta la bellezza delle creature quando non è più in grado di vedere nessuna di esse e anzi la semplice luce del sole o del fuoco gli procura atroci dolori! Il possesso esclude, la contemplazione include; il possesso divide, la contemplazione moltiplica. Uno solo può possedere un lago, un parco, e così tutti gli altri ne sono esclusi; migliaia possono contemplare quello stesso lago o parco, e tutti ne godono senza sottrarlo ad alcuno. Si tratta di un possesso più vero e profondo, un possedere dentro, non fuori, con l’anima, non solo con il corpo. Quanti latifondisti si sono mai fermati ad ammirare un fiore dei loro campi o ad accarezzare una spiga del loro grano? La contemplazione permette di possedere le cose senza accaparrarle.

L’esempio di Francesco d’Assisi dimostra che l’atteggiamento religioso e dossologico nei confronti del creato non è senza conseguenze pratiche e operative; non è qualcosa campato in aria. Spinge anche a gesti concreti. Ecco come il primo biografo del Santo riferisce alcuni di questi gesti concreti del Poverello: «Abbraccia tutti gli esseri creati con un amore e una devozione quale non si è mai udito [...]. Quando i frati tagliano legna, proibisce loro di recidere del tutto l’albero, perché possa gettare nuovi germogli. E ordina che l’ortolano lasci incolti i confini attorno all’orto, affinché a suo tempo il verde delle erbe e lo splendore dei fiori cantino quanto è bello il Padre di tutto il creato. Vuole pure che nell’orto un’aiuola sia riservata alle erbe odorose e che producono fiori, perché richiamino a chi li osserva il ricordo della soavità eterna. Raccoglie perfino dalla strada i piccoli vermi, perché non siano calpestati, e alle api vuole che si somministri del miele e ottimo vino, affinché non muoiano di inedia nel rigore dell’inverno» (Celano, Vita Seconda, 165).

Alcune sue raccomandazioni sembrano scritte oggi, sotto la pressione degli ambientalisti. Egli disse un giorno: «Io non voglio essere ladro di elemosine» (Celano, Vita Seconda, 54), s’intende, ricevendone più del bisogno, sottraendole così a chi ne ha più bisogno di me. Oggi questa regola potrebbe avere un’applicazione quanto mai utile per l’avvenire della terra. Anche noi dovremmo proporci: non voglio essere ladro di risorse, usandone più del dovuto e sottraendole così a chi verrà dopo di me.

Certo, Francesco non aveva la visione globale e planetaria del problema ecologico, ma una visione locale, immediata. Pensava a quello che poteva fare lui ed eventualmente i suoi frati. Anche in questo però egli ci insegna qualcosa. Uno slogan oggi molto di moda dice: Think globally, act locally, pensa globalmente, ma agisci localmente. Che senso ha, per esempio, prendersela con chi inquina l’atmosfera, gli oceani e le foreste, se io non esito a gettare in riva a un torrente o al mare, un sacchetto di plastica che rimarrà lì per secoli, se qualcuno non lo recupera, se butto dove capita, strada o bosco, quello di cui mi voglio liberare, o se imbratto le mura della mia città?

La salvaguardia del creato, come la pace, si fa, direbbe il nostro Santo Padre Francesco, “artigianalmente”, cominciando subito da se stessi. La pace incomincia da te, si ripete spesso nei messaggi per la giornata della pace; anche la salvaguardia del creato comincia da te. Era quello che un rappresentante ortodosso affermava già nell’Assemblea ecumenica di Basilea del 1989 su “Giustizia, pace e salvaguardia del creato”: «Senza un cambiamento del cuore dell’uomo, l’ecologia non ha speranze di successo».

Concludo la mia riflessione. Poche settimane prima della sua morte san Francesco aggiunse una strofa al suo Cantico, quella che comincia con le parole: «Laudato sii, mi Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore» (Leggenda Perugina, 84). Penso che se vivesse oggi egli aggiungerebbe un’altra strofa ancora al suo cantico: Laudato sii, mi Signore, per tutti quelli che lavorano per proteggere nostra sorella madre Terra, scienziati, politici, capi di tutte le religioni e uomini di buona volontà. Laudato sii, mi Signore per colui che, insieme con il mio nome, ha preso anche il mio messaggio e lo sta portando oggi a tutto il mondo!

Viaggio Apostolico del Santo Padre Francesco in Ecuador, Bolivia e Paraguay 5-13 Luglio 2015

papa-francesco2_0001“Il Signore ci darà la pioggia e la nostra terra darà il suo frutto”, così dice il Salmo (cfr 84,13). Questo siamo invitati a celebrare, quella misteriosa comunione tra Dio e il suo Popolo, tra Dio e noi. La pioggia è segno della sua presenza nella terra lavorata dalle nostre mani. Una comunione che dà sempre frutto, dà sempre vita. Questa fiducia scaturisce dalla fede, sapere che possiamo contare sulla sua grazia, che sempre trasformerà e irrigherà la nostra terra.

Una fiducia che si impara, che si educa. Una fiducia che si va formando nel seno di una comunità, nella vita di una famiglia. Una fiducia che diventa testimonianza nei volti di tanti che ci stimolano a seguire Gesù, ad essere discepoli di Colui che non delude mai. Il discepolo si sente invitato a fidarsi, si sente invitato da Gesù ad essergli amico, a condividere il suo destino, a condividere la sua vita. «Non vi chiamo più servi, vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv15,15). I discepoli sono coloro che imparano a vivere nella fiducia dell’amicizia di Gesù.

E il Vangelo ci parla di questo discepolato. Ci presenta la carta d’identità del cristiano. La sua lettera di presentazione, le sue credenziali.

Gesù chiama i suoi discepoli e li invia dando loro regole chiare, precise. Li sfida con una serie di atteggiamenti, comportamenti che devono avere. Non sono poche le volte che ci possono sembrare esagerati o assurdi; atteggiamenti che sarebbe più facile leggere simbolicamente o “spiritualmente”. Ma Gesù è molto chiaro. Non dice loro: «Fate in qualche modo» o «fate quello che potete».

Ricordiamo insieme queste raccomandazioni: “Non prendete per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, ne denaro… rimanete nella casa dove vi daranno alloggio” (cfr Mc 6,8-11). Sembrerebbe qualcosa di impossibile.

Potremmo concentrarci sulle parole «pane», «denaro», «borsa», «bastone», «sandali», «tunica». E sarebbe legittimo. Ma mi sembra che ci sia una parola-chiave, che potrebbe passare inosservata di fronte all’impatto di quelle che ho appena enumerato. Una parola centrale nella spiritualità cristiana, nell’esperienza di discepolato: ospitalità. Gesù, come buon maestro, pedagogo, li invia a vivere l’ospitalità. Dice loro: “Rimanete dove vi accoglieranno”. Li manda ad imparare una delle caratteristiche fondamentali della comunità credente. Potremmo dire che il cristiano è colui che ha imparato ad ospitare, che ha imparato ad accogliere.

Gesù non li invia come potenti, come proprietari, capi, o carichi di leggi e di norme; al contrario, indica loro che il cammino del cristiano è semplicemente trasformare il cuore, il proprio, e aiutare a trasformare quello degli altri. Imparare a vivere in un altro modo, con un’altra legge, sotto un’altra normativa. E’ passare dalla logica dell’egoismo, della chiusura, dello scontro, della divisione, della superiorità, alla logica della vita, della gratuità, dell’amore. Dalla logica del dominio, dell’oppressione, della manipolazione, alla logica dell’accogliere, del ricevere e del prendersi cura.

Sono due le logiche che sono in gioco, due modi di affrontare la vita e di affrontare la missione.

Quante volte pensiamo la missione sulla base di progetti o programmi. Quante volte immaginiamo l’evangelizzazione intorno a migliaia di strategie, tattiche, manovre, trucchi, cercando di convertire le persone con le nostre argomentazioni. Oggi il Signore ce lo dice molto chiaramente: nella logica del Vangelo non si convince con le argomentazioni, le strategie, le tattiche, ma semplicemente imparando ad accogliere, a ospitare.

La Chiesa è madre dal cuore aperto che sa accogliere, ricevere, specialmente chi ha bisogno di maggiore cura, chi è in maggiore difficoltà. La Chiesa, come la voleva Gesù, è la casa dell’ospitalità. E quanto bene possiamo fare se ci incoraggiamo ad imparare questo linguaggio dell’ospitalità, questo linguaggio del ricevere, dell’accogliere! Quante ferite, quanta disperazione si può curare in una dimora dove uno possa sentirsi accolto! Per questo bisogna tenere le porte aperte, soprattutto le porte del cuore.

Ospitalità con l’affamato, con l’assetato, con lo straniero, con il nudo, con il malato, con il prigioniero (cfr Mt 25,34-37), con il lebbroso, con il paralitico. Ospitalità con chi non la pensa come noi, con chi non ha fede o l’ha perduta, e magari per colpa nostra. Ospitalità con il perseguitato, con il disoccupato. Ospitalità con le culture diverse, di cui questa terra paraguaiana è così ricca. Ospitalità con il peccatore, perché ognuno di noi pure lo è.

Tante volte ci dimentichiamo che c’è un male che precede i nostri peccati, che viene prima. C’è una radice che causa tanti ma tanti danni, che distrugge silenziosamente tante vite. C'è un male che, poco a poco, si fa un nido nel nostro cuore e “mangia” la nostra vitalità: la solitudine. Solitudine che può avere molte cause, molti motivi. Quanto distrugge la vita e quanto ci fa male! Ci separa dagli altri, da Dio, dalla comunità. Ci rinchiude in noi stessi. Perciò quello che è proprio della Chiesa, di questa madre, non è principalmente gestire cose, progetti, ma imparare a vivere la fraternità con gli altri. È la fraternità accogliente la migliore testimonianza che Dio è Padre, perché «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» (Gv13,35).

In questo modo Gesù, ci apre ad una nuova logica. Un orizzonte pieno di vita, di bellezza, di verità, di pienezza.

Dio non chiude mai gli orizzonti, Dio non è mai passivo di fronte alla vita, non è mai passivo di fronte alla sofferenza dei suoi figli. Dio non si lascia mai vincere in generosità. Per questo ci manda il suo Figlio, lo dona, lo consegna, lo condivide; affinché impariamo il cammino della fraternità, il cammino del dono. È definitivamente un nuovo orizzonte, è una nuova parola per tante situazioni di esclusione, di disgregazione, di chiusura, di isolamento. È una Parola che rompe il silenzio della solitudine.

E quando siamo stanchi o ci diventa pesante il compito di evangelizzare, è bene ricordare che la vita che Gesù ci offre risponde alle necessità più profonde delle persone, perché tutti siamo stati creati per l’amicizia con Gesù e per l’amore fraterno (cfr Esort. ap.Evangelii gaudium, 265).

Una cosa è certa: non possiamo obbligare nessuno a riceverci, ad ospitarci; è certo ed è parte della nostra povertà e della nostra libertà. Ma è altrettanto certo che nessuno può obbligarci a non essere accoglienti, ospitali verso la vita del nostro popolo. Nessuno può chiederci di non accogliere e abbracciare la vita dei nostri fratelli, soprattutto la vita di quelli che hanno perso la speranza e il gusto di vivere. Com’è bello immaginare le nostre parrocchie, comunità, cappelle, dove ci sono i cristiani, non con le porte chiuse, ma come veri centri di incontro tra noi e Dio. Come luoghi di ospitalità e di accoglienza.

La Chiesa è madre, come Maria. In lei abbiamo un modello. Accogliere, come Maria, che non ha dominato né si è impadronita della Parola di Dio, ma, al contrario, l’ha ospitata,l’ha portata in grembo e l’ha donata.

Accogliere come la terra che non domina il seme, ma lo riceve, lo nutre e lo fa germogliare.

Così vogliamo essere noi cristiani, così vogliamo vivere la fede in questo suolo paraguaiano, come Maria, accogliendo la vita di Dio nei nostri fratelli con fiducia, con la certezza che “il Signore ci darà la pioggia e la nostra terra darà il suo frutto”. Così sia.

Diario dalla clausura. Oltre le grate

Entro le mura in cui è custodito il Silenzio e a tratti il segreto di ciò che l’Umanità è da sempre sul punto di perdere, si tramandano riti antichi, veramente ed ormai sconosciuti nella loro profondità e ricchezza, a tratti anche le sorelle rischiano di dimenticare.

Spesso la clausura è vista come un mondo a sé, pieno di retaggi culturali medievali chr sembra non abbiano più nulla da dire all’Uomo di oggi. Come misteriosa appare la motivazione che spinge delle ragazze a scegliere una via, una vita che non è fatta di soddisfazioni, non è fatta di carriera, non è fatta di nulla che possa appagare.

Ragazze intelligenti e sane che fanno una scelta estrema.

Tra mito e domanda "il mondo" immagina senza poter conoscere realmente poi la Chiesa con i suoi "passi falsi" fa il resto.

Eppure, oltre quelle grate, primo segno di quella separazione scelta e voluta si apre un mondo altro con la sua storia, i suoi "perché", le sue regole verbali e non, la sua staticità secolare che fa fatica oggi a comprendere appieno le cancrene del "mondo" e le sue mille forme di lebbra spirituale. Un mondo che si interroga sull'importanza di una visione dinamica dell'Uomo, della sua Storia e poi si accorge dolorosamente che "capire" significa "perdere", capire significa che ciò che si credeva verità non è più valida perché tutto è cambiato. Perdere significa che alcune "certezze" vengono meno. Significa accettare che tutto è transitorio e si evolve senza che si debba mai scrivere la parola "fine".

Non ho mai avuto paura delle grate. Prima di entrare le vedevo come la recinzione di un grande giardino con i suoi fiori e le sue spine.  Sì, tante spine. Sento ancora l'ammonimento della Madre Priora "Non si arriva in Paradiso in carrozza!".

Le grate hanno questa doppia valenza, dall'esterno i più le percepiscono come sbarre di una prigione, dall'interno sono una finestra sul mondo. Viene meno la possibilità di vedere, almeno come prima, con gli occhi. In realtà è proprio attraverso di esse che si inizia a vedere meglio chi sono gli altri, coloro che si son sempre detti amici o dal cuore sincero.

Eppure posso testimoniarvi che nemmeno una volta la "grata" ha veramente "separato" e purtroppo, nemmeno difeso.

Il mondo entra dentro come un fiume in piena dal corso inarrestabile con i suoi problemi, la sua mentalità, le sue devianze ed incomprensioni.

A volte ne sono travolta e nessuna grata, nessun cancello può impedire questo, nemmeno noi lo possiamo.

La differenza tra coloro che sono al di qua e coloro che sono al di là è che chi è al di fuori può scegliere di fuggire, di girare lo sguardo altrove, può scegliere di non vedere, ma all'interno del "giardino" no. Noi non possiamo far finta di nulla, non dobbiamo.

di sr. Maria Laura del Sacro Cuore di Gesù

Il mistero della Sindone

sindoneE’ passato un secolo da quando il negativo della prima foto scattata alla Sacra Sindone svelava l’immagine più bella ed enigmatica per i fedeli cristiani: il volto e il corpo di Gesù. Se per i credenti il lenzuolo di lino tessuto a spina di pesce è la più sacra delle reliquie, per gli scienziati rimane soprattutto un mistero. E’ veramente il telo che avvolse il corpo di Cristo dopo la crocefissione?

La Sindone è senza dubbio la reliquia più importante della Cristianità e ci sono fondati motivi, documentati dai risultati di rigorose analisi scientifiche, per ritenerlaautentica. A questi si aggiungono numerosi indizi storici e iconografici della sua presenza nel Vicino Oriente durante i secoli passati. La Sindone, definita “lo specchio del Vangelo”, è un documento straordinario che ci mostra non solo il sangue versato dal corpo martoriato di Cristo ma anche le sue sembianze misteriosamente impresse, e rappresenta un rimando diretto e immediato che aiuta a comprendere e meditare la drammatica realtà della Passione di Gesù. Il suo studio è un percorso affascinante frastoria, scienza e fede.

Per compiere questo cammino di approfondimento con gli strumenti più opportuni viene offerto dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, in collaborazione conOthonia, il Centro Internazionale di Sindonologia di Torino e il Centro Diocesano di Sindonologia Giulio Ricci di Roma, un Diploma di Specializzazione in Studi Sindonici. Il corso, di durata annuale, offre un approccio sistematico alle sfide che questo documento eccezionale suscita all’intelligenza e un approfondimento del messaggio che propone alla fede e al cuore dei credenti.

Le lezioni, tenute da alcuni dei massimi esperti di Sindonologia, si rivolgono non solo a chi si occupa di evangelizzazione e di catechesi, ma anche a tutti coloro che vogliono avere solide basi di conoscenza su questo tema particolare. La Sindone in questo tempo di crisi può ridare forza e speranza a tante persone, famiglie e popoli, a chiunque sappia contemplarla e venerarla con fede e con amore e si impegni a vivere il mistero che essa ci presenta.

L’intero corso può essere seguito sia in sede sia a distanza tramite internet.

Le iscrizioni sono aperte dal 1 settembre al 31 ottobre 2014. Per avere più informazioni, rivolgersi a othonia@upra.org.