Parole profetiche per il nostro tempo

Vocabolario di papa francesco2DEF.inddDopo il successo del primo "vocabolario", ecco un nuovo volume con altri termini tra i più ricorrenti nei discorsi, nelle omelie, nei documenti di papa Bergoglio.
Queste "parole" sono riprese e raccontate da giornalisti e comunicatori diversi che lo seguono da vicino, ognuno con il suo stile, ognuno con la sua sensibilità Uno strumento utile per cogliere il pensiero di Bergoglio e per orientare cristianamente la propria vita.

L'Autore: ANTONIO CARRIERO è salesiano di Don Bosco. Collabora con Avvenire, L'Osservatore Romano e Vatican Insider de La Stampa.

PRESENTAZIONE
Francesco è un incontro continuo
Greg Burke
Direttore della Sala Stampa della Santa Sede

Se c'è una persona che non ama tanto le parole ma i fatti, quello è Papa Francesco. Perciò come affrontare un vocabolario - per di più il secondo volume - che cerca di rappresentare con cinquanta parole il Pontefice? In realtà l'imbarazzo si supera velocemente perché in queste pagine non c'è affatto la disamina di princìpi teorici quanto la ricerca concreta e tangibile
di ciò che in Papa Francesco è vita quotidiana e impegno costante delle sue azioni.

Sarebbe impossibile rendere astratto Francesco. Egli è un "fatto" continuo. Egli è un incontro continuo. Persino i suoi documenti di Magistero sono scritti in modo tale da essere sempre un richiamo all'azione, al cambiamento, alla vita che vive. Papa Francesco è il Papa dell'amore non "a parole" ma da vivere.

In fin dei conti è il filo rosso che lega queste cinquanta parole: l'amore sono i fatti, non i ragionamenti. È bello che i temi siano affrontati da giornalisti e comunicatori così diversi, ognuno con il suo stile, ognuno con la sua sensibilità. È il modo migliore per parlare di Papa Bergoglio. La ricchezza di questo pontificato, infatti, non può essere trovata se non in un insieme di sguardi e di voci che vengono da prospettive diverse. Come quell'immagine a lui cara del poliedro con molteplici facce che è preferibile alla sfera uniforme.

Più che un vocabolario questo secondo volume, in continuità con il primo, appare come un'agile guida alla conoscenza di Papa Francesco, visto con gli occhi di chi, per lavoro ma anche per motivi personali, lo segue da vicino. In questo modo diventa una specie di conversazione a più voci tra amici e colleghi, in certi casi sembra quasi che le voci siano state elaborate confrontandosi, parlando, scambiandosi idee. Non è strano, è lo scenario della comunicazione in cui siamo: una conversazione costante che si alimenta online e offline in cui ciascuno si può affacciare e dare il suo contributo. Ecco, il vocabolario è così: un insieme di spunti nel flusso della vita di Papa Francesco che continuamente ci interpella.

Questo non è un volume statico ma uno stimolo: a leggerlo viene voglia di fare qualcosa, di dire la propria, di entrare nell'"avventura" a cui il Papa ci sta invitando. Un'avventura che ci spinge a prenderci un po' di più sulle spalle il destino degli uomini, soprattutto a partire dagli ultimi. Sinceramente, se avessi potuto scegliere il titolo non avrei optato per "vocabolario" ma avrei descritto quello che è oggettivamente: "cinquanta buoni motivi per rendere il mondo un posto migliore".

Il Decalogo della Misericordia nella Comunicazione

il_decalogoDieci buone regole che papa Francesco ci offre per essere comunicatori di Misericordia. Indicazioni che valgono per tutti, non solo per i giornalisti o i comunicatori professionisti. Come ha detto Francesco «l'amore, per sua natura, è comunicazione» e dunque come esseri capaci di amare, noi esseri umani siamo tutti naturalmente comunicatori.
Nella redazione di questo speciale "Codice" l'autore si è fatto aiutare da alcune immagini, alcuni gesti del papa. La misericordia, infatti, è una virtù concreta, operativa. E questo deve valere anche quando la applichiamo al nostro modo di comunicare.

Un piccolo contributo di riflessione, suscitata da papa Francesco, per una comunicazione che metta al centro la persona e che abbia il coraggio di farsi prossima a tutti.

Il Papa non sapeva che Vinicio non fosse contagioso quando lo ha abbracciato. L'uomo coperto da escrescenze per una neurofibromatosi, rifiutato dalla gente per il suo corpo deturpato, incontra l'amore perché Francesco non ci pensa due volte a stringerlo fra le braccia, restituendogli dignità. E' questa forse una delle immagini riportata dal libro di Alessandro Gisotti, che esprime meglio l'intento del volume: far capire come il Papa comunica e insegna a comunicare.
A spiegare che il contesto di una vera comunicazione è il "patto", è nella prefazione il card. Luis Antonio Tagle. Un concetto centrale su cui l'arcivescovo di Manila si è soffermato anche in un recente incontro presso "Civiltà Cattolica":
"È molto importante avere strategie di comunicazione. Ma attenzione: quando la comunicazione diventa solo strategia non è comunicazione, diventa manipolazione. Nella Bibbia, il contesto della vera comunicazione è il Patto di Dio con l'uomo, il patto dell'uomo con la donna, il patto fra le persone in una comunità. È questo il senso della comunicazione dobbiamo portare nel mondo dei Social media".

"Comunicare con tutti, senza esclusione", "Non spezzare mai la relazione e la comunicazione", "Generare una prossimità che si prenda cura": sono alcuni dei "comandamenti" indicati da Francesco, secondo l'autore del libro che associa ad ognuno un'immagine: dalla telefonata di Francesco a Pietro Maso fino all'incontro nei giardini vaticani con Shimon Peres e Abu Mazen.

L'autore del libro, Alessandro Gisotti, afferma:

"Questo piccolo volume che ho voluto offrire a chi lo vorrà leggere, vuole proprio essere questo: un 'codice della mente e del cuore', che vada aldilà degli articoli o dei comma di legge, e che cerchi di riappropriarsi del senso vero della comunicazione. Il card. Tagle, nella prefazione del mio libro, sottolinea che questo è l'intento del volume, cioè andare attraverso il Magistero di Francesco, anzi guidati da Papa Francesco, al cuore della comunicazione e, al cuore della comunicazione, c'è la persona. Francesco ci dice dunque che se non stiamo creando ponti, se non stiamo abbattendo muri, in realtà non stiamo proprio comunicando! Quindi l'atto del comunicare per essere davvero tale, deve veramente creare la relazione, sanare laddove ci sono ferite ed orientare verso processi di riconciliazione".

Borges, Manzoni, Shakespeare: sono tante le citazioni colte, che vengono declinate in modo concreto nel libro, cioè associate ai gesti del Papa che, come spesso rilevato, comunica con le parole non meno che con i gesti. Non a caso McLuhan diceva: "Il mezzo è il messaggio". La parola chiave è infatti prossimità perché comunicazione e misericordia si incontrino.

Ancora Gisotti afferma:
"Nel primo messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali c'è questa originalità: il Papa ha paragonato il buon comunicatore al Buon Samaritano. Sostanzialmente ha detto che il modello per un giornalista, per un comunicatore di professione, è il Buon Samaritano. Questo ha colpito me come credo abbia colpito molti di noi, nella comunità di comunicatori, perché Francesco sottolinea che il Samaritano passa dal chiedersi: ‘Chi è il mio prossimo?' al farsi prossimo a tutti e ad ognuno. Questo ha molto a che vedere con la comunicazione. Non a caso Francesco definisce il potere della comunicazione come il potere della prossimità. Questo, chiaramente, implica una cura del linguaggio, delle parole che sono "esseri viventi", come diceva Victor Hugo. Quindi questo tema della prossimità è presente non solo nella sua azione pastorale ma proprio nell'esortazione che rivolge ad ogni tipo di comunicazione non solo professionale ma anche della vita; pensiamo alla famiglia, pensiamo a quel ‘permesso, scusa, grazie'. Tre parole così semplici che danno proprio il senso di una prossimità nella vita quotidiana".

A prima vista Il Decalogo del Buon Comunicatore sembra un libro per giornalisti o addetti alle comunicazioni. Ma non è così. E' un testo che si legge tutto d'un fiato: stimola il desiderio di andare oltre le proprie debolezze, oltre quella reazione istintiva assetata di identificare il nemico o il diverso, per poter invece comunicare così, come con quell'abbraccio del Papa a Vinicio.

L'Autore:

ALESSANDRO GISOTTI è vice-caporedattore alla Radio Vaticana dove lavora dal Giubileo del 2000 dopo un'esperienza alle Nazioni Unite. Giornalista professionista dal 2004, segue quotidianamente l'attività del papa e della Santa Sede.

Con la prefazione del Cardinale Luis A. Tagle, Arcivescovo di Manila, Presidente di Caritas Internationalis.

 

Viaggio Apostolico del Santo Padre Francesco in Ecuador, Bolivia e Paraguay 5-13 Luglio 2015

papa-francesco2_0001“Il Signore ci darà la pioggia e la nostra terra darà il suo frutto”, così dice il Salmo (cfr 84,13). Questo siamo invitati a celebrare, quella misteriosa comunione tra Dio e il suo Popolo, tra Dio e noi. La pioggia è segno della sua presenza nella terra lavorata dalle nostre mani. Una comunione che dà sempre frutto, dà sempre vita. Questa fiducia scaturisce dalla fede, sapere che possiamo contare sulla sua grazia, che sempre trasformerà e irrigherà la nostra terra.

Una fiducia che si impara, che si educa. Una fiducia che si va formando nel seno di una comunità, nella vita di una famiglia. Una fiducia che diventa testimonianza nei volti di tanti che ci stimolano a seguire Gesù, ad essere discepoli di Colui che non delude mai. Il discepolo si sente invitato a fidarsi, si sente invitato da Gesù ad essergli amico, a condividere il suo destino, a condividere la sua vita. «Non vi chiamo più servi, vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv15,15). I discepoli sono coloro che imparano a vivere nella fiducia dell’amicizia di Gesù.

E il Vangelo ci parla di questo discepolato. Ci presenta la carta d’identità del cristiano. La sua lettera di presentazione, le sue credenziali.

Gesù chiama i suoi discepoli e li invia dando loro regole chiare, precise. Li sfida con una serie di atteggiamenti, comportamenti che devono avere. Non sono poche le volte che ci possono sembrare esagerati o assurdi; atteggiamenti che sarebbe più facile leggere simbolicamente o “spiritualmente”. Ma Gesù è molto chiaro. Non dice loro: «Fate in qualche modo» o «fate quello che potete».

Ricordiamo insieme queste raccomandazioni: “Non prendete per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, ne denaro… rimanete nella casa dove vi daranno alloggio” (cfr Mc 6,8-11). Sembrerebbe qualcosa di impossibile.

Potremmo concentrarci sulle parole «pane», «denaro», «borsa», «bastone», «sandali», «tunica». E sarebbe legittimo. Ma mi sembra che ci sia una parola-chiave, che potrebbe passare inosservata di fronte all’impatto di quelle che ho appena enumerato. Una parola centrale nella spiritualità cristiana, nell’esperienza di discepolato: ospitalità. Gesù, come buon maestro, pedagogo, li invia a vivere l’ospitalità. Dice loro: “Rimanete dove vi accoglieranno”. Li manda ad imparare una delle caratteristiche fondamentali della comunità credente. Potremmo dire che il cristiano è colui che ha imparato ad ospitare, che ha imparato ad accogliere.

Gesù non li invia come potenti, come proprietari, capi, o carichi di leggi e di norme; al contrario, indica loro che il cammino del cristiano è semplicemente trasformare il cuore, il proprio, e aiutare a trasformare quello degli altri. Imparare a vivere in un altro modo, con un’altra legge, sotto un’altra normativa. E’ passare dalla logica dell’egoismo, della chiusura, dello scontro, della divisione, della superiorità, alla logica della vita, della gratuità, dell’amore. Dalla logica del dominio, dell’oppressione, della manipolazione, alla logica dell’accogliere, del ricevere e del prendersi cura.

Sono due le logiche che sono in gioco, due modi di affrontare la vita e di affrontare la missione.

Quante volte pensiamo la missione sulla base di progetti o programmi. Quante volte immaginiamo l’evangelizzazione intorno a migliaia di strategie, tattiche, manovre, trucchi, cercando di convertire le persone con le nostre argomentazioni. Oggi il Signore ce lo dice molto chiaramente: nella logica del Vangelo non si convince con le argomentazioni, le strategie, le tattiche, ma semplicemente imparando ad accogliere, a ospitare.

La Chiesa è madre dal cuore aperto che sa accogliere, ricevere, specialmente chi ha bisogno di maggiore cura, chi è in maggiore difficoltà. La Chiesa, come la voleva Gesù, è la casa dell’ospitalità. E quanto bene possiamo fare se ci incoraggiamo ad imparare questo linguaggio dell’ospitalità, questo linguaggio del ricevere, dell’accogliere! Quante ferite, quanta disperazione si può curare in una dimora dove uno possa sentirsi accolto! Per questo bisogna tenere le porte aperte, soprattutto le porte del cuore.

Ospitalità con l’affamato, con l’assetato, con lo straniero, con il nudo, con il malato, con il prigioniero (cfr Mt 25,34-37), con il lebbroso, con il paralitico. Ospitalità con chi non la pensa come noi, con chi non ha fede o l’ha perduta, e magari per colpa nostra. Ospitalità con il perseguitato, con il disoccupato. Ospitalità con le culture diverse, di cui questa terra paraguaiana è così ricca. Ospitalità con il peccatore, perché ognuno di noi pure lo è.

Tante volte ci dimentichiamo che c’è un male che precede i nostri peccati, che viene prima. C’è una radice che causa tanti ma tanti danni, che distrugge silenziosamente tante vite. C'è un male che, poco a poco, si fa un nido nel nostro cuore e “mangia” la nostra vitalità: la solitudine. Solitudine che può avere molte cause, molti motivi. Quanto distrugge la vita e quanto ci fa male! Ci separa dagli altri, da Dio, dalla comunità. Ci rinchiude in noi stessi. Perciò quello che è proprio della Chiesa, di questa madre, non è principalmente gestire cose, progetti, ma imparare a vivere la fraternità con gli altri. È la fraternità accogliente la migliore testimonianza che Dio è Padre, perché «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» (Gv13,35).

In questo modo Gesù, ci apre ad una nuova logica. Un orizzonte pieno di vita, di bellezza, di verità, di pienezza.

Dio non chiude mai gli orizzonti, Dio non è mai passivo di fronte alla vita, non è mai passivo di fronte alla sofferenza dei suoi figli. Dio non si lascia mai vincere in generosità. Per questo ci manda il suo Figlio, lo dona, lo consegna, lo condivide; affinché impariamo il cammino della fraternità, il cammino del dono. È definitivamente un nuovo orizzonte, è una nuova parola per tante situazioni di esclusione, di disgregazione, di chiusura, di isolamento. È una Parola che rompe il silenzio della solitudine.

E quando siamo stanchi o ci diventa pesante il compito di evangelizzare, è bene ricordare che la vita che Gesù ci offre risponde alle necessità più profonde delle persone, perché tutti siamo stati creati per l’amicizia con Gesù e per l’amore fraterno (cfr Esort. ap.Evangelii gaudium, 265).

Una cosa è certa: non possiamo obbligare nessuno a riceverci, ad ospitarci; è certo ed è parte della nostra povertà e della nostra libertà. Ma è altrettanto certo che nessuno può obbligarci a non essere accoglienti, ospitali verso la vita del nostro popolo. Nessuno può chiederci di non accogliere e abbracciare la vita dei nostri fratelli, soprattutto la vita di quelli che hanno perso la speranza e il gusto di vivere. Com’è bello immaginare le nostre parrocchie, comunità, cappelle, dove ci sono i cristiani, non con le porte chiuse, ma come veri centri di incontro tra noi e Dio. Come luoghi di ospitalità e di accoglienza.

La Chiesa è madre, come Maria. In lei abbiamo un modello. Accogliere, come Maria, che non ha dominato né si è impadronita della Parola di Dio, ma, al contrario, l’ha ospitata,l’ha portata in grembo e l’ha donata.

Accogliere come la terra che non domina il seme, ma lo riceve, lo nutre e lo fa germogliare.

Così vogliamo essere noi cristiani, così vogliamo vivere la fede in questo suolo paraguaiano, come Maria, accogliendo la vita di Dio nei nostri fratelli con fiducia, con la certezza che “il Signore ci darà la pioggia e la nostra terra darà il suo frutto”. Così sia.

Messaggio del Santo Padre Francesco per la Quaresima 2015

1385188_534306213311717_977248425_nThe theme of this year’s Lenten message with the title "Make your hearts firm" is on indifference. Already on several occasions, Pope Francis repeatedly touched on this topic of the globalization of indifference. Also, the Secretary of State, Cardinal Parolin in his speech to the UN last September emphasized on "the widespread indifference", which he equated with "apathy", which sometimes is "synonymous with irresponsibility" (September 29, 2014).

It is, therefore, an important concept to explain the different phenomena of the modern world. In this way, we can understand this same concept, including it in a surely partial interpretation of a certain culture. Indifference comes from a lack of difference, from a lack of attention to the difference. This can be applied at least on three levels.

At the interpersonal level, the play on word between difference and indifference is perhaps more easily understood. On the one hand, the difference is stressed in order to provoke a separation. On the other hand, a lack of attention to the difference between the other and myself conforms the other to my parameters and thus annihilates him.

At the cultural level, that is, in our every day environment that helps shape our thoughts and judgment, I seem to notice an indifference to values. This does not only related to a lack of awareness of values or an incomplete observance of values, but that it is mostly a lack of judgment on values. In such a way, every choice becomes interchangeable, every option becomes viable, any assessment on good and evil and on true and false become useless. Since if there is no difference, it’s all the same. It is not permissible for anyone to propose something that is more appropriate or less appropriate to the person’s nature. In my view, the global uniformity, the lowering of the standards of values that comes from the lack of difference is linked to the experience of many of our contemporaries on the lack of meaning. If everything is the same, if nothing is different and therefore is more or less valid, what can one invest one’s life in? If everything is the same, it means that nothing really has value and therefore it means nothing fully deserves my gift.

We then come to a third level, more specifically regarding principles – if you like – the metaphysical ones. Here lies the greatest indifference, the largest and most consequential form of the lack of attention to difference, that is: the indifference towards God and as a result, the lack of attention to the difference between the Creator and creature, which causes so much harm to modern man because it leads him to believe that he is God, while he must continually push against his own limitations.

Therefore, I would look at the globalization of indifference not only as a geographical phenomenon, but also as a cultural phenomenon. In as much as this becomes widespread, a certain Western Weltanschauung prevails, not only as a phenomenon linked to relationships but as an existential attitude. You also know, however, that the Church does not denounce certain situations simply to censure them but she wishes to offer paths towards healing. For this reason, the Lenten season is always a time of conversion, change and renewal. It is a time to overcome this globalization of indifference and enter into a new phase where we recognize the difference between oneself and the other, between one lifestyle and another, between oneself and God. Also, this year’s Lenten Message offers three areas to overcome indifference: the Church, the community and the individual. I would like to spend a brief reflection on these three levels, beginning with the individual.

Pope Francis (on the third point) speaks about the necessary conversion and the new heart that can beat within us. The key step for every social reconstruction and every cultural renewal passes through the change of the individual person. The Gospel gives us the keys to achieve exactly this change of person, which then affects the whole social fabric. But, be aware: conversion does not have its purpose in a better society, but in the knowledge of Christ and becoming like Him. Therefore, as we can see in Pope Francis’ Magisterium, he calls us to overcome a functional faith in caring for oneself and one’s well being. Indifference stems from an attitude of life for which the other person does not make a difference and therefore he withdraws within himself. Faith also can become instrumental in this search for self. The path is, therefore, to go further, to go beyond ourselves, to live our faith by looking at Christ and in him we find the Father and brothers and sisters who are waiting for us. In this perspective, for example, the Pontifical Council for the New Evangelization’s initiative "24 hours for the Lord" becomes a part of this Lenten journey. For this reason, the whole Lenten season is offered to the faithful to renew himself from within in order that the Paschal Mystery of Christ who died and rose again be repeated in him.

The second level involves our Christian communities, called to be islands of mercy in a world dominated by the globalization of indifference. So, there is a distinction between the Church and the world, between the heavenly city and the earthly city. This distinction must stand out more and more. There is the need to transform our Christian places – parishes, communities and groups – into places where we see God’s mercy. Facing this globalization of indifference, some might be discouraged because it may seem that he cannot change anything since we are in a huge social and economical course that is beyond us. Instead, no! The Christian community can already overcome this indifference, it can show the world that one can live differently and it can become that city on the mountain mentioned in the Gospel (ref. Mt 5:14). Beginning with this Lent season, Christian life in community, where one lives for the other cannot be a fantasy, but a living reality; it cannot be a distant dream, but a living sign of the presence of God’s mercy in Christ.

Finally, the third level is the Church in her global reality. Unfortunately, we tend to see the Church only as an institution and a structure. Instead, it is the living body of those who believe in Christ. It is this totality that needs to be renewed. Being a body, she shows that she is really alive because she changes, grows and develops. In this body, the members take care of each other; they even live thanks to one another. The experience of living in the Church is already a break away from individualism, from indifference, and from the withdrawal into oneself that leads to death. As for us, Cor Unum has always acted as the instrument of the proximity of the Pope to the least of our brothers and sisters. I would like to witness this with three examples. As you know, recently together with Pontifical Commission of Latin America, we have gathered together the different actors involved in Haiti. It is estimated, for example, that in these five years the Catholic Church has spent about 21.5 million dollars in projects of reconstruction of the country. On the other hand, the Church continues to give special attention to the humanitarian crisis in the Middle East, particularly in Syria and Iraq, where the great victims of these wars are the people, especially the most vulnerable minorities such as Christians who again have become the cards with which the people in power play. Finally, the Pope has returned from his trip to the Philippines. It can be seen concretely what it means to "make hearts firm" where there would be nothing left to hope for. In Tacloban, where the Pope went, Cor Unum built for the youth and elderly a large community center that bears the name of Pope Francis. Our Dicastery wishes to be a great global expression of what it means for the Church to be a body in which each member can experience the love of the other. Thank you.

Messaggio per la XLIX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

1385188_534306213311717_977248425_n Il tema della famiglia è al centro di un’approfondita riflessione ecclesiale e di un processo sinodale che prevede due Sinodi, uno straordinario – appena celebrato – ed uno ordinario, convocato per il prossimo ottobre. In tale contesto, ho ritenuto opportuno che il tema della prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali avesse come punto di riferimento la famiglia. La famiglia è del resto il primo luogo dove impariamo a comunicare. Tornare a questo momento originario ci può aiutare sia a rendere la comunicazione più autentica e umana, sia a guardare la famiglia da un nuovo punto di vista.

Possiamo lasciarci ispirare dall’icona evangelica della visita di Maria ad Elisabetta (Lc 1,39-56). «Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!”» (vv. 41-42).

Anzitutto, questo episodio ci mostra la comunicazione come un dialogo che si intreccia con il linguaggio del corpo. La prima risposta al saluto di Maria la dà infatti il bambino, sussultando gioiosamente nel grembo di Elisabetta. Esultare per la gioia dell’incontro è in un certo senso l’archetipo e il simbolo di ogni altra comunicazione, che impariamo ancora prima di venire al mondo. Il grembo che ci ospita è la prima “scuola” di comunicazione, fatta di ascolto e di contatto corporeo, dove cominciamo a familiarizzare col mondo esterno in un ambiente protetto e al suono rassicurante del battito del cuore della mamma. Questo incontro tra due esseri insieme così intimi e ancora così estranei l’uno all’altra, un incontro pieno di promesse, è la nostra prima esperienza di comunicazione. Ed è un'esperienza che ci accomuna tutti, perché ciascuno di noi è nato da una madre.

Anche dopo essere venuti al mondo restiamo in un certo senso in un “grembo”, che è la famiglia. Un grembo fatto di persone diverse, in relazione: la famiglia è il «luogo dove si impara a convivere nella differenza» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 66). Differenze di generi e di generazioni, che comunicano prima di tutto perché si accolgono a vicenda, perché tra loro esiste un vincolo. E più largo è il ventaglio di queste relazioni, più sono diverse le età, e più ricco è il nostro ambiente di vita. È il legame che sta a fondamento della parola, che a sua volta rinsalda il legame. Le parole non le inventiamo: le possiamo usare perché le abbiamo ricevute. E’ in famiglia che si impara a parlare nella “lingua materna”, cioè la lingua dei nostri antenati (cfr 2 Mac 7,25.27). In famiglia si percepisce che altri ci hanno preceduto, ci hanno messo nella condizione di esistere e di potere a nostra volta generare vita e fare qualcosa di buono e di bello. Possiamo dare perché abbiamo ricevuto, e questo circuito virtuoso sta al cuore della capacità della famiglia di comunicarsi e di comunicare; e, più in generale, è il paradigma di ogni comunicazione.

L’esperienza del legame che ci “precede” fa sì che la famiglia sia anche il contesto in cui si trasmette quella forma fondamentale di comunicazione che è la preghiera. Quando la mamma e il papà fanno addormentare i loro bambini appena nati, molto spesso li affidano a Dio, perché vegli su di essi; e quando sono un po’ più grandi recitano insieme con loro semplici preghiere, ricordando con affetto anche altre persone, i nonni, altri parenti, i malati e i sofferenti, tutti coloro che hanno più bisogno dell’aiuto di Dio. Così, in famiglia, la maggior parte di noi ha imparato la dimensione religiosa della comunicazione, che nel cristianesimo è tutta impregnata di amore, l’amore di Dio che si dona a noi e che noi offriamo agli altri.

Nella famiglia è soprattutto la capacità di abbracciarsi, sostenersi, accompagnarsi, decifrare gli sguardi e i silenzi, ridere e piangere insieme, tra persone che non si sono scelte e tuttavia sono così importanti l’una per l’altra, a farci capire che cosa è veramente la comunicazione come scoperta e costruzione di prossimità. Ridurre le distanze, venendosi incontro a vicenda e accogliendosi, è motivo di gratitudine e gioia: dal saluto di Maria e dal sussulto del bambino scaturisce la benedizione di Elisabetta, a cui segue il bellissimo cantico del Magnificat, nel quale Maria loda il disegno d’amore di Dio su di lei e sul suo popolo. Da un “sì” pronunciato con fede scaturiscono conseguenze che vanno ben oltre noi stessi e si espandono nel mondo. “Visitare” comporta aprire le porte, non rinchiudersi nei propri appartamenti, uscire, andare verso l’altro. Anche la famiglia è viva se respira aprendosi oltre sé stessa, e le famiglie che fanno questo possono comunicare il loro messaggio di vita e di comunione, possono dare conforto e speranza alle famiglie più ferite, e far crescere la Chiesa stessa, che è famiglia di famiglie.

La famiglia è più di ogni altro il luogo in cui, vivendo insieme nella quotidianità, si sperimentano i limiti propri e altrui, i piccoli e grandi problemi della coesistenza, dell’andare d’accordo. Non esiste la famiglia perfetta, ma non bisogna avere paura dell’imperfezione, della fragilità, nemmeno dei conflitti; bisogna imparare ad affrontarli in maniera costruttiva. Per questo la famiglia in cui, con i propri limiti e peccati, ci si vuole bene, diventa una scuola di perdono. Il perdono è una dinamica di comunicazione, una comunicazione che si logora, che si spezza e che, attraverso il pentimento espresso e accolto, si può riannodare e far crescere. Un bambino che in famiglia impara ad ascoltare gli altri, a parlare in modo rispettoso, esprimendo il proprio punto di vista senza negare quello altrui, sarà nella società un costruttore di dialogo e di riconciliazione.

A proposito di limiti e comunicazione, hanno tanto da insegnarci le famiglie con figli segnati da una o più disabilità. Il deficitmotorio, sensoriale o intellettivo è sempre una tentazione a chiudersi; ma può diventare, grazie all’amore dei genitori, dei fratelli e di altre persone amiche, uno stimolo ad aprirsi, a condividere, a comunicare in modo inclusivo; e può aiutare la scuola, la parrocchia, le associazioni a diventare più accoglienti verso tutti, a non escludere nessuno.

In un mondo, poi, dove così spesso si maledice, si parla male, si semina zizzania, si inquina con le chiacchiere il nostro ambiente umano, la famiglia può essere una scuola di comunicazione come benedizione. E questo anche là dove sembra prevalere l’inevitabilità dell’odio e della violenza, quando le famiglie sono separate tra loro da muri di pietra o dai muri non meno impenetrabili del pregiudizio e del risentimento, quando sembrano esserci buone ragioni per dire “adesso basta”; in realtà, benedire anziché maledire, visitare anziché respingere, accogliere anziché combattere è l’unico modo per spezzare la spirale del male, per testimoniare che il bene è sempre possibile, per educare i figli alla fratellanza.

Oggi i media più moderni, che soprattutto per i più giovani sono ormai irrinunciabili, possono sia ostacolare che aiutare la comunicazione in famiglia e tra famiglie. La possono ostacolare se diventano un modo di sottrarsi all’ascolto, di isolarsi dalla compresenza fisica, con la saturazione di ogni momento di silenzio e di attesa disimparando che «il silenzio è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto» (Benedetto XVI, Messaggio per la 46ª G.M. delle Comunicazioni Sociali, 24.1.2012). La possono favorire se aiutano a raccontare e condividere, a restare in contatto con i lontani, a ringraziare e chiedere perdono, a rendere sempre di nuovo possibile l’incontro. Riscoprendo quotidianamente questo centro vitale che è l’incontro, questo “inizio vivo”, noi sapremo orientare il nostro rapporto con le tecnologie, invece che farci guidare da esse. Anche in questo campo, i genitori sono i primi educatori. Ma non vanno lasciati soli; la comunità cristiana è chiamata ad affiancarli perché sappiano insegnare ai figli a vivere nell’ambiente comunicativo secondo i criteri della dignità della persona umana e del bene comune.

La sfida che oggi ci si presenta è, dunque, reimparare a raccontare, non semplicemente a produrre e consumare informazione. E’ questa la direzione verso cui ci spingono i potenti e preziosi mezzi della comunicazione contemporanea. L’informazione è importante ma non basta, perché troppo spesso semplifica, contrappone le differenze e le visioni diverse sollecitando a schierarsi per l’una o l’altra, anziché favorire uno sguardo d’insieme.

Anche la famiglia, in conclusione, non è un oggetto sul quale si comunicano delle opinioni o un terreno sul quale combattere battaglie ideologiche, ma un ambiente in cui si impara a comunicare nella prossimità e un soggetto che comunica, una “comunità comunicante”. Una comunità che sa accompagnare, festeggiare e fruttificare. In questo senso è possibile ripristinare uno sguardo capace di riconoscere che la famiglia continua ad essere una grande risorsa, e non solo un problema o un’istituzione in crisi. Imedia tendono a volte a presentare la famiglia come se fosse un modello astratto da accettare o rifiutare, da difendere o attaccare, invece che una realtà concreta da vivere; o come se fosse un’ideologia di qualcuno contro qualcun altro, invece che il luogo dove tutti impariamo che cosa significa comunicare nell’amore ricevuto e donato. Raccontare significa invece comprendere che le nostre vite sono intrecciate in una trama unitaria, che le voci sono molteplici e ciascuna è insostituibile.

La famiglia più bella, protagonista e non problema, è quella che sa comunicare, partendo dalla testimonianza, la bellezza e la ricchezza del rapporto tra uomo e donna, e di quello tra genitori e figli. Non lottiamo per difendere il passato, ma lavoriamo con pazienza e fiducia, in tutti gli ambienti che quotidianamente abitiamo, per costruire il futuro.

Dal Vaticano, 23 gennaio 2015

Vigilia della festa di san Francesco di Sales

Omelia del Papa 14 Febbraio 2015

papa-francesco2_0001Cari Fratelli Cardinali,

quella cardinalizia è certamente una dignità, ma non è onorifica. Lo dice già il nome – “cardinale” – che evoca il “cardine”; dunque non qualcosa di accessorio, di decorativo, che faccia pensare a una onorificenza, ma un perno, un punto di appoggio e di movimento essenziale per la vita della comunità. Voi siete “cardini” e siete incardinati nella Chiesa di Roma, che «presiede alla comunione universale della carità» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Lumen gentium, 13; cfr Ign. Ant., Ad Rom., Prologo).

Nella Chiesa ogni presidenza proviene dalla carità, deve esercitarsi nella carità e ha come fine la carità. Anche in questo la Chiesa che è in Roma svolge un ruolo esemplare: come essa presiede nella carità, così ogni Chiesa particolare è chiamata, nel suo ambito, a presiedere nella carità.

Perciò penso che l’“inno alla carità” della Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi possa essere la parola-guida per questa celebrazione e per il vostro ministero, in particolare per quelli tra voi che oggi entrano a far parte del Collegio cardinalizio. E ci farà bene lasciarci guidare, io per primo e voi con me, dalle parole ispirate dell’apostolo Paolo, in particolare là dove egli elenca le caratteristiche della carità. Ci aiuti in questo ascolto la nostra Madre Maria. Lei ha dato al mondo Colui che è “la Via migliore di tutte” (cfr 1 Cor 12,31): Gesù, Carità incarnata; ci aiuti ad accogliere questa Parola e a camminare sempre su questa Via. Ci aiuti col suo atteggiamento umile e tenero di madre, perché la carità, dono di Dio, cresce dove ci sono umiltà e tenerezza.

Anzitutto san Paolo ci dice che la carità è «magnanima» e «benevola». Quanto più si allarga la responsabilità nel servizio alla Chiesa, tanto più deve allargarsi il cuore, dilatarsi secondo la misura del cuore di Cristo. Magnanimità è, in un certo senso, sinonimo di cattolicità: è saper amare senza confini, ma nello stesso tempo fedeli alle situazioni particolari e con gesti concreti. Amare ciò che è grande senza trascurare ciò che è piccolo; amare le piccole cose nell’orizzonte delle grandi, perché “Non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo divinum est”. Saper amare con  gesti benevoli. Benevolenza è l’intenzione ferma e costante di volere il bene sempre e per tutti, anche per quelli che non ci vogliono bene.

L’apostolo dice poi che la carità «non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio». Questo è davvero un miracolo della carità, perché noi esseri umani – tutti, e in ogni età della vita – siamo inclinati all’invidia e all’orgoglio dalla nostra natura ferita dal peccato. E anche le dignità ecclesiastiche non sono immuni da questa tentazione. Ma proprio per questo, cari Fratelli, può risaltare ancora di più in noi la forza divina della carità, che trasforma il cuore, così che non sei più tu che vivi, ma Cristo vive in te. E Gesù è tutto amore.

Inoltre, la carità «non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse». Questi due tratti rivelano che chi vive nella carità è de-centrato da sé. Chi è auto-centrato manca inevitabilmente di rispetto, e spesso non se ne accorge, perché il “rispetto” è proprio la capacità di tenere conto dell’altro, di tenere conto della sua dignità, della sua condizione, dei suoi bisogni. Chi è auto-centrato cerca inevitabilmente il proprio interesse, e gli sembra che questo sia normale, quasi doveroso. Tale “interesse” può anche essere ammantato di nobili rivestimenti, ma sotto sotto è sempre il “proprio interesse”. Invece la carità ti de-centra e ti pone nel vero centro che è solo Cristo. Allora sì, puoi essere una persona rispettosa e attenta al bene degli altri.

La carità, dice Paolo, «non si adira, non tiene conto del male ricevuto». Al pastore che vive a contatto con la gente non mancano le occasioni di arrabbiarsi. E forse ancora di più rischiamo di adirarci nei rapporti tra noi confratelli, perché in effetti noi siamo meno scusabili. Anche in questo è la carità, e solo la carità, che ci libera. Ci libera dal pericolo di reagire impulsivamente, di dire e fare cose sbagliate; e soprattutto ci libera dal rischio mortale dell’ira trattenuta, “covata” dentro, che ti porta a tenere conto dei mali che ricevi. No. Questo non è accettabile nell’uomo di Chiesa. Se pure si può scusare un’arrabbiatura momentanea e subito sbollita, non altrettanto per il rancore. Dio ce ne scampi e liberi!

La carità – aggiunge l’Apostolo – «non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità». Chi è chiamato nella Chiesa al servizio del governo deve avere un forte senso della giustizia, così che qualunque ingiustizia gli risulti inaccettabile, anche quella potesse essere vantaggiosa per lui o per la Chiesa. E nello stesso tempo «si rallegra della verità»: che bella questa espressione! L’uomo di Dio è uno che è affascinato dalla verità e che la trova pienamente nella Parola e nella Carne di Gesù Cristo. Lui è la sorgente inesauribile della nostra gioia. Che il popolo di Dio possa sempre trovare in noi la ferma denuncia dell’ingiustizia e il servizio gioioso della verità.

Infine, la carità «tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta». Qui c’è, in quattro parole, un programma di vita spirituale e pastorale. L’amore di Cristo, riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo, ci permette di vivere così, di essere così: persone capaci di perdonare sempre; di dare sempre fiducia, perché piene di fede in Dio; capaci di infondere sempre speranza, perché piene di speranza in Dio; persone che sanno sopportare con pazienza ogni situazione e ogni fratello e sorella, in unione con Gesù, che ha sopportato con amore il peso di tutti i nostri peccati.

Cari Fratelli, tutto questo non viene da noi, ma da Dio. Dio è amore e compie tutto questo, se siamo docili all’azione del suo Santo Spirito. Ecco allora come dobbiamo essere: incardinati e docili. Più veniamo incardinati nella Chiesa che è in Roma e più dobbiamo diventare docili allo Spirito, perché la carità possa dare forma e senso a tutto ciò che siamo e che facciamo. Incardinati nella Chiesa che presiede nella carità, docili allo Spirito Santo che riversa nei nostri cuori l’amore di Dio (cfr Rm 5,5). Così sia.

Papa Francesco e il concistoro. Venti nuovi cardinali

il testo integrale dell'allocuzione del Papa nel Concistoro per la creazione di nuovi cardinali:

1385188_534306213311717_977248425_nCari Fratelli Cardinali, quella cardinalizia è certamente una dignità, ma non è onorifica. Lo dice già il nome – “cardinale” – che evoca il “cardine”; dunque non qualcosa di accessorio, di decorativo, che faccia pensare a una onorificenza, ma un perno, un punto di appoggio e di movimento essenziale per la vita della comunità. Voi siete “cardini” e siete incardinati nella Chiesa di Roma, che «presiede alla comunione universale della carità» (CONC. ECUM. VAT. II, Cost. Lumen gentium, 13; cfr IGN. ANT., Ad Rom., Prologo).

Nella Chiesa ogni presidenza proviene dalla carità, deve esercitarsi nella carità e ha come fine la carità. Anche in questo la Chiesa che è in Roma svolge un ruolo esemplare: come essa presiede nella carità, così ogni Chiesa particolare è chiamata, nel suo ambito, a presiedere nella carità.

Perciò penso che l’“inno alla carità” della Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi possa essere la parola-guida per questa celebrazione e per il vostro ministero, in particolare per quelli tra voi che oggi entrano a far parte del Collegio cardinalizio. E ci farà bene lasciarci guidare, io per primo e voi con me, dalle parole ispirate dell’apostolo Paolo, in particolare là dove egli elenca le caratteristiche della carità. Ci aiuti in questo ascolto la nostra Madre Maria. Lei ha dato al mondo Colui che è “la Via migliore di tutte” (cfr 1 Cor 12,31): Gesù, Carità incarnata; ci aiuti ad accogliere questa Parola e a camminare sempre su questa Via. Ci aiuti col suo atteggiamento umile e tenero di madre, perché la carità, dono di Dio, cresce dove ci sono umiltà e tenerezza.

Anzitutto san Paolo ci dice che la carità è «magnanima» e «benevola». Quanto più si allarga la responsabilità nel servizio alla Chiesa, tanto più deve allargarsi il cuore, dilatarsi secondo la misura del cuore di Cristo. Magnanimità è, in un certo senso, sinonimo di cattolicità: è saper amare senza confini, ma nello stesso tempo fedeli alle situazioni particolari e con gesti concreti. Amare ciò che è grande senza trascurare ciò che è piccolo; amare le piccole cose nell’orizzonte delle grandi, perché “Non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo divinum est”. Saper amare con gesti benevoli. Benevolenza è l’intenzione ferma e costante di volere il bene sempre e per tutti, anche per quelli che non ci vogliono bene.

L’apostolo dice poi che la carità «non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio». Questo è davvero un miracolo della carità, perché noi esseri umani – tutti, e in ogni età della vita – siamo inclinati all’invidia e all’orgoglio dalla nostra natura ferita dal peccato. E anche le dignità ecclesiastiche non sono immuni da questa tentazione. Ma proprio per questo, cari Fratelli, può risaltare ancora di più in noi la forza divina della carità, che trasforma il cuore, così che non sei più tu che vivi, ma Cristo vive in te. E Gesù è tutto amore.

Inoltre, la carità «non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse». Questi due tratti rivelano che chi vive nella carità è de-centrato da sé. Chi è auto-centrato manca inevitabilmente di rispetto, e spesso non se ne accorge, perché il “rispetto” è proprio la capacità di tenere conto dell’altro, di tenere conto della sua dignità, della sua condizione, dei suoi bisogni. Chi è auto-centrato cerca inevitabilmente il proprio interesse, e gli sembra che questo sia normale, quasi doveroso. Tale “interesse” può anche essere ammantato di nobili rivestimenti, ma sotto sotto sotto è sempre il “proprio interesse”. Invece la carità ti de-centra e ti pone nel vero centro che è solo Cristo. Allora sì, puoi essere una persona rispettosa e attenta al bene degli altri.

La carità, dice Paolo, «non si adira, non tiene conto del male ricevuto». Al pastore che vive a contatto con la gente non mancano le occasioni di arrabbiarsi. E forse ancora di più rischiamo di adirarci nei rapporti tra noi confratelli, perché in effetti noi siamo meno scusabili. Anche in questo è la carità, e solo la carità, che ci libera. Ci libera dal pericolo di reagire impulsivamente, di dire e fare cose sbagliate; e soprattutto ci libera dal rischio mortale dell’ira trattenuta, “covata” dentro, che ti porta a tenere conto dei mali che ricevi. No. Questo non è accettabile nell’uomo di Chiesa. Se pure si può scusare un’arrabbiatura momentanea e subito sbollita, non altrettanto per il rancore. Dio ce ne scampi e liberi!

La carità – aggiunge l’Apostolo – «non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità». Chi è chiamato nella Chiesa al servizio del governo deve avere un forte senso della giustizia, così che qualunque ingiustizia gli risulti inaccettabile, anche quella potesse essere vantaggiosa per lui o per la Chiesa. E nello stesso tempo «si rallegra della verità»: che bella questa espressione! L’uomo di Dio è uno che è affascinato dalla verità e che la trova pienamente nella Parola e nella Carne di Gesù Cristo. Lui è la sorgente inesauribile della nostra gioia. Che il popolo di Dio possa sempre trovare in noi la ferma denuncia dell’ingiustizia e il servizio gioioso della verità.

Infine, la carità «tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta». Qui c’è, in quattro parole, un programma di vita spirituale e pastorale. L’amore di Cristo, riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo, ci permette di vivere così, di essere così: persone capaci di perdonare sempre; di dare sempre fiducia, perché piene di fede in Dio; capaci di infondere sempre speranza, perché piene di speranza in Dio; persone che sanno sopportare con pazienza ogni situazione e ogni fratello e sorella, in unione con Gesù, che ha sopportato con amore il peso di tutti i nostri peccati.

Cari Fratelli, tutto questo non viene da noi, ma da Dio. Dio è amore e compie tutto questo, se siamo docili all’azione del suo Santo Spirito. Ecco allora come dobbiamo essere: incardinati e docili. Più veniamo incardinati nella Chiesa che è in Roma e più dobbiamo diventare docili allo Spirito, perché la carità possa dare forma e senso a tutto ciò che siamo e che facciamo. Incardinati nella Chiesa che presiede nella carità, docili allo Spirito Santo che riversa nei nostri cuori l’amore di Dio (cfr Rm 5,5). Così sia.

Nuove cause di beatificazione

papa-francesco2_0001Al termine del rito di creazione dei nuovi cardinali, il Santo Padre Francesco ha tenuto Concistoro Ordinario Pubblico per la Canonizzazione delle Beate:

- GIOVANNA EMILIA DE VILLENEUVE, Religiosa, Fondatrice della Congregazione delle Suore dell’Immacolata Concezione di Castres;

- MARIA DI GESÙ CROCIFISSO (al secolo: Maria Baouardy), Monaca Professa dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi;

- MARIA ALFONSINA DANIL GHATTAS, Religiosa, Fondatrice della Congregazione delle Suore del Rosario di Gerusalemme.

Di seguito il testo delle brevi biografie delle tre Beate, come presentate nel corso del Concistoro dal Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi :

1. La Beata Giovanna Emilia De Villeneuve nacque in Francia, a Tolosa, nel 1811. A Castres fondò la Congregazione delle Suore dell’Immacolata Concezione per l’educazione delle bambine e delle ragazze povere, per gli ammalati e per le missioni in terre lontane. Morì di colera il 2 ottobre 1854. Fu beatificata dal Papa Benedetto XVI, nel 2009.

2. La Beata Maria di Gesù Crocifisso (al secolo: Maria Baouardy) nacque ad Abellin, un villaggio dell’Alta Galilea, presso Nazareth, nel 1846, da genitori arabi. Fu battezzata nella Chiesa Greco-Cattolica Melchita. Fin dalla giovinezza sperimentò molte tribolazioni insieme a straordinari fenomeni mistici. In Francia entrò nel Carmelo di Pau. Per la fondazione di nuovi Carmeli fu inviata in India e poi a Bettlemme, dove morì nel 1878. Fu beatificata dal Papa San Giovanni Paolo II, nel 1983.

3. La Beata Maria Alfonsina Danil Ghattas nacque a Gerusalemme nel 1843. Ancora quindicenne entrò nella Congregazione delle Suore di San Giuseppe dell’Apparizione. Svolse un intenso apostolato a favore delle giovani e delle madri cristiane. Ebbe una speciale vicinanza mistica alla Madre di Dio. Fondò la Congregazione delle Suore del Santissimo Rosario di Gerusalemme, alla quale appartenne. Morì nel 1927 e fu beatificata dal Papa Benedetto XVI, nel 2009.

Nel corso del Concistoro, il Papa ha decretato che le Beate: Giovanna Emilia de Villeneuve, Maria di Gesù Crocifisso Baouardy e Maria Alfonsina Danil Ghattas, assieme alla Beata Maria Cristina dell’Immacolata Concezione (al secolo Adelaide Brando), fondatrice della Congregazione delle Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato - la cui canonizzazione fu decisa nel concistoro del 20 ottobre 2014 - siano iscritte nell’Albo dei Santi domenica 17 maggio 2015.

Papa Francesco in Turchia, obiettivo dialogo

1385188_534306213311717_977248425_n«Fa che l’incontro del Papa con le autorità politiche porti frutti di giustizia e di pace», e ancora, «proteggi gli abitanti di questa terra dalla violenza, dall’odio e da ogni sorta di male. Da’ saggezza a tutti i governanti affinché possiamo vivere in armonia e in dialogo e possiamo cooperare pienamente per il bene comune, soprattutto servendo i malati, i poveri e i molti profughi che ora cercano rifugio in questa terra».  Parole colme di amore e di speranza, che abbattono i muri dell’odio e dell’incomprensione: sono solo alcuni dei passaggi della preghiera  che i Francescani di Sant’Antonio di Istanbul dedicano alla visita di Francesco in Turchia, ad otto anni dallo storico viaggio di Benedetto XVI.

Nel 2006 il clima era tesissimo, inquinato in parte dal celebre discorso di Ratisbona, durante il quale il Pontefice rivolse un solenne invito al dialogo e al riavvicinamento tra fede e ragione e tra le diverse fedi, ponendo la questione della conversione ad un credo religioso non per mezzo della “spada”, ma attraverso il “logos”, affermando che «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio». Erdogan minacciò di non incontrare Papa Ratzinger. L’accoglienza fu fredda, ma Benedetto XVI riuscì a penetrare quel muro di ghiaccio con la forza della preghiera, con accanto il Gran Muftì di Turchia, tra le mura della Moschea Blu di Sultanahmet a Istanbul.

Ora è il momento di Francesco: da domani a sabato 30 sarà in Turchia per la festa di sant’Andrea apostolo; sabato 29 incontrerà la comunità cattolica del paese, costituita soprattutto da stranieri, in particolare africani, filippini, coreani e polacchi, in occasione della Santa Messa nella Cattedrale dello Spirito Santo.

Lo stesso giorno è previsto un colloquio privato nel Palazzo Patriarcale tra Francesco e Bartolomeo I.

Il giorno successivo Divina liturgia nella Chiesa Patriarcale di San Giorgio, Benedizione ecumenica e Firma della Dichiarazione congiunta, prima di fare rientro a Roma.

Sulle orme di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Francesco giungerà nel grande stato-ponte tra Europa e Asia, per rinsaldare la cordiale amicizia con il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, per  esprimere la preoccupazione del mondo intero per la sorte dei fratelli cristiani in Medio Oriente, per ribadire il messaggio di pace espresso il 9 novembre nel giorno del 25° anniversario della caduta del Muro di Berlino: « Dove c'è un muro c'è chiusura di cuore: servono ponti, non muri » ed ha aggiunto « L'umanità deve superare le frontiere delle inimicizie e delle indifferenze, deve costruire ponti di dialogo per fare del mondo interno una famiglia di popoli riconciliati tra loro, fraterni e solidali »

A M

Omelia del Santo Padre Papa Francesco: Solennità Santi Apostoli Pietro e Paolo

Cari fratelli e sorelle!

Celebriamo la Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, patroni principali della Chiesa di Roma: una festa resa ancora più gioiosa per la presenza di Vescovi da tutto mondo. Una grande ricchezza che ci fa rivivere, in un certo modo, l’evento di Pentecoste: oggi, come allora, la fede della Chiesa parla in tutte le lingue e vuole unire i popoli in un’unica famiglia.

Saluto di cuore e con gratitudine la Delegazione del Patriarcato di Costantinopoli, guidata dal Metropolita Ioannis. Ringrazio il Patriarca ecumenico Bartolomeo I per questo rinnovato gesto fraterno. Saluto i Signori Ambasciatori e le Autorità civili. Un grazie speciale al Thomanerchor, il Coro della Thomaskirche [Chiesa di San Tommaso] di Lipsia - la chiesa di Bach - che anima la Liturgia e che costituisce un’ulteriore presenza ecumenica.

Tre pensieri sul ministero petrino, guidati dal verbo "confermare". In che cosa è chiamato a confermare il Vescovo di Roma?

1. Anzitutto, confermare nella fede. Il Vangelo parla della confessione di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16), una confessione che non nasce da lui, ma dal Padre celeste. Ed è per questa confessione che Gesù dice: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (v. 18). Il ruolo, il servizio ecclesiale di Pietro ha il suo fondamento nella confessione di fede in Gesù, il Figlio del Dio vivente, resa possibile da una grazia donata dall’alto. Nella seconda parte del Vangelo di oggi vediamo il pericolo di pensare in modo mondano. Quando Gesù parla della sua morte e risurrezione, della strada di Dio che non corrisponde alla strada umana del potere, in Pietro riemergono la carne e il sangue: «si mise a rimproverare il Signore: …questo non ti accadrà mai» (16,22). E Gesù ha una parola dura: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo» (v. 23). Quando lasciamo prevalere i nostri pensieri, i nostri sentimenti, la logica del potere umano e non ci lasciamo istruire e guidare dalla fede, da Dio, diventiamo pietra d’inciampo. La fede in Cristo è la luce della nostra vita di cristiani e di ministri nella Chiesa!

2. Confermare nell’amore. Nella seconda Lettura abbiamo ascoltato le commoventi parole di san Paolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2 Tm 4,7). Di quale battaglia si tratta? Non quella delle armi umane, che purtroppo insanguina ancora il mondo; ma è la battaglia del martirio. San Paolo ha un’unica arma: il messaggio di Cristo e il dono di tutta la sua vita per Cristo e per gli altri. Ed è proprio l’esporsi in prima persona, il lasciarsi consumare per il Vangelo, il farsi tutto a tutti, senza risparmiarsi, che lo ha reso credibile e ha edificato la Chiesa. Il Vescovo di Roma è chiamato a vivere e confermare in questo amore verso Cristo e verso tutti senza distinzioni, limiti e barriere. E non solo il Vescovo di Roma. Tutti voi, nuovi Arcivescovi e Vescovi, avete lo stesso compito: lasciarsi consumare per il Vangelo, farsi tutto a tutti. Il compito di non risparmiarsi, uscire da sé al servizio del santo Popolo fedele di Dio.

3. Confermare nell’unità. Qui mi soffermo sul gesto che abbiamo compiuto. Il Pallio è simbolo di comunione con il Successore di Pietro, «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione» (Conc. Ecum Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 18). E la vostra presenza oggi, cari Confratelli, è il segno che la comunione della Chiesa non significa uniformità. Il Vaticano II, riferendosi alla struttura gerarchica della Chiesa afferma che il Signore «costituì gli Apostoli a modo di collegio o gruppo stabile, a capo del quale mise Pietro, scelto di mezzo a loro» (ibid., 19). Confermare nell’unità: il Sinodo dei Vescovi, in armonia con il primato. Dobbiamo andare per questa strada della sinodalità, crescere in armonia con il servizio del primato. E il Concilio continua: «questo Collegio, in quanto composto da molti, esprime la varietà e universalità del Popolo di Dio» (ibid., 22). Nella Chiesa la varietà, che è una grande ricchezza, si fonde sempre nell’armonia dell’unità, come un grande mosaico in cui tutte le tessere concorrono a formare l’unico grande disegno di Dio. E questo deve spingere a superare sempre ogni conflitto che ferisce il corpo della Chiesa. Uniti nelle differenze: non c’è un’altra strada cattolica per unirci. Questo è lo spirito cattolico, lo spirito cristiano: unirsi nelle differenze. Questa è la strada di Gesù! Il Pallio, se è segno della comunione con il Vescovo di Roma, con la Chiesa universale, con il Sinodo dei Vescovi, è anche un impegno per ciascuno di voi ad essere strumenti di comunione.

Confessare il Signore lasciandosi istruire da Dio; consumarsi per amore di Cristo e del suo Vangelo; essere servitori dell’unità. Queste, cari Confratelli nell’episcopato, le consegne che i Santi Apostoli Pietro e Paolo affidano a ciascuno di noi, perché siano vissute da ogni cristiano. Ci guidi e ci accompagni sempre con la sua intercessione la santa Madre di Dio: Regina degli Apostoli, prega per noi! Amen.