Il Decalogo della Misericordia nella Comunicazione

il_decalogoDieci buone regole che papa Francesco ci offre per essere comunicatori di Misericordia. Indicazioni che valgono per tutti, non solo per i giornalisti o i comunicatori professionisti. Come ha detto Francesco «l'amore, per sua natura, è comunicazione» e dunque come esseri capaci di amare, noi esseri umani siamo tutti naturalmente comunicatori.
Nella redazione di questo speciale "Codice" l'autore si è fatto aiutare da alcune immagini, alcuni gesti del papa. La misericordia, infatti, è una virtù concreta, operativa. E questo deve valere anche quando la applichiamo al nostro modo di comunicare.

Un piccolo contributo di riflessione, suscitata da papa Francesco, per una comunicazione che metta al centro la persona e che abbia il coraggio di farsi prossima a tutti.

Il Papa non sapeva che Vinicio non fosse contagioso quando lo ha abbracciato. L'uomo coperto da escrescenze per una neurofibromatosi, rifiutato dalla gente per il suo corpo deturpato, incontra l'amore perché Francesco non ci pensa due volte a stringerlo fra le braccia, restituendogli dignità. E' questa forse una delle immagini riportata dal libro di Alessandro Gisotti, che esprime meglio l'intento del volume: far capire come il Papa comunica e insegna a comunicare.
A spiegare che il contesto di una vera comunicazione è il "patto", è nella prefazione il card. Luis Antonio Tagle. Un concetto centrale su cui l'arcivescovo di Manila si è soffermato anche in un recente incontro presso "Civiltà Cattolica":
"È molto importante avere strategie di comunicazione. Ma attenzione: quando la comunicazione diventa solo strategia non è comunicazione, diventa manipolazione. Nella Bibbia, il contesto della vera comunicazione è il Patto di Dio con l'uomo, il patto dell'uomo con la donna, il patto fra le persone in una comunità. È questo il senso della comunicazione dobbiamo portare nel mondo dei Social media".

"Comunicare con tutti, senza esclusione", "Non spezzare mai la relazione e la comunicazione", "Generare una prossimità che si prenda cura": sono alcuni dei "comandamenti" indicati da Francesco, secondo l'autore del libro che associa ad ognuno un'immagine: dalla telefonata di Francesco a Pietro Maso fino all'incontro nei giardini vaticani con Shimon Peres e Abu Mazen.

L'autore del libro, Alessandro Gisotti, afferma:

"Questo piccolo volume che ho voluto offrire a chi lo vorrà leggere, vuole proprio essere questo: un 'codice della mente e del cuore', che vada aldilà degli articoli o dei comma di legge, e che cerchi di riappropriarsi del senso vero della comunicazione. Il card. Tagle, nella prefazione del mio libro, sottolinea che questo è l'intento del volume, cioè andare attraverso il Magistero di Francesco, anzi guidati da Papa Francesco, al cuore della comunicazione e, al cuore della comunicazione, c'è la persona. Francesco ci dice dunque che se non stiamo creando ponti, se non stiamo abbattendo muri, in realtà non stiamo proprio comunicando! Quindi l'atto del comunicare per essere davvero tale, deve veramente creare la relazione, sanare laddove ci sono ferite ed orientare verso processi di riconciliazione".

Borges, Manzoni, Shakespeare: sono tante le citazioni colte, che vengono declinate in modo concreto nel libro, cioè associate ai gesti del Papa che, come spesso rilevato, comunica con le parole non meno che con i gesti. Non a caso McLuhan diceva: "Il mezzo è il messaggio". La parola chiave è infatti prossimità perché comunicazione e misericordia si incontrino.

Ancora Gisotti afferma:
"Nel primo messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali c'è questa originalità: il Papa ha paragonato il buon comunicatore al Buon Samaritano. Sostanzialmente ha detto che il modello per un giornalista, per un comunicatore di professione, è il Buon Samaritano. Questo ha colpito me come credo abbia colpito molti di noi, nella comunità di comunicatori, perché Francesco sottolinea che il Samaritano passa dal chiedersi: ‘Chi è il mio prossimo?' al farsi prossimo a tutti e ad ognuno. Questo ha molto a che vedere con la comunicazione. Non a caso Francesco definisce il potere della comunicazione come il potere della prossimità. Questo, chiaramente, implica una cura del linguaggio, delle parole che sono "esseri viventi", come diceva Victor Hugo. Quindi questo tema della prossimità è presente non solo nella sua azione pastorale ma proprio nell'esortazione che rivolge ad ogni tipo di comunicazione non solo professionale ma anche della vita; pensiamo alla famiglia, pensiamo a quel ‘permesso, scusa, grazie'. Tre parole così semplici che danno proprio il senso di una prossimità nella vita quotidiana".

A prima vista Il Decalogo del Buon Comunicatore sembra un libro per giornalisti o addetti alle comunicazioni. Ma non è così. E' un testo che si legge tutto d'un fiato: stimola il desiderio di andare oltre le proprie debolezze, oltre quella reazione istintiva assetata di identificare il nemico o il diverso, per poter invece comunicare così, come con quell'abbraccio del Papa a Vinicio.

L'Autore:

ALESSANDRO GISOTTI è vice-caporedattore alla Radio Vaticana dove lavora dal Giubileo del 2000 dopo un'esperienza alle Nazioni Unite. Giornalista professionista dal 2004, segue quotidianamente l'attività del papa e della Santa Sede.

Con la prefazione del Cardinale Luis A. Tagle, Arcivescovo di Manila, Presidente di Caritas Internationalis.

 

Intervista con Francois Cluzet protagonista di “Medico di campagna”

Cosa le ha fatto venir voglia di accettare questo ruolo di medico di campagna? Forse ha un rapporto particolare con la medicina?

d24a6123-%e2%94%acjair-sfezHo sempre desiderato fare l'attore, non per recitare ma per vivere, per vivere i personaggi. Grazie a questo mestiere ho vissuto molti pezzi di vita come se fossero vite intere. L'idea di credere di essere un medico è sempre stato un sogno. Penso che siamo in molti a desiderare di avere il tipo di rapporto con gli esseri umani, con la salute, con la guarigione, con il fallimento, con tutti gli sconvolgimenti melodrammatici che offre l'esercizio della medicina! E in seguito l'incontro con Thomas Lilti ha finito col convincermi: è una persona rara, con una spiccata dote per l'ascolto. Deve essere stato un buon medico dal momento che è diventato uno straordinario regista. Ho sempre provato una grande ammirazione per quei medici che orientano il loro interesse verso il cinema, la letteratura o il teatro, Čechov in primis. È interessante osservare come un uomo di scienza possa avere il gusto per l'irrazionale. Inoltre mi incuriosiva questo personaggio, il dottor Werner, un uomo malato, che dovrebbe pensare a se stesso e sbrigarsi a cambiare contrada e invece, il suo "sacerdozio", la sua vocazione, sono più forti di lui. In questo senso, la professione medica è tutto sommato piuttosto vicina al mestiere di attore. Anche per noi c'è una componente di vocazione, di passione, di abnegazione che è quasi obbligatorio possedere.

Lei incarna alla perfezione il personaggio di un medico, la sua gestualità, la sua capacità di ascolto, il suo sguardo, il suo rapporto con gli altri. Come ha fatto per arrivare ad esprimere a livello così sentito un modo di essere?

È un ruolo magnifico, meritevole e delicato. Un medico malato che si occupa esclusivamente degli altri! Un autentico altruista. Il dono di sé, una disposizione essenziale anche nel nostro mestiere. Non considerare gli spettatori come degli imbecilli. Fare in modo che le emozioni siano sentite prima di essere espresse.

Un ruolo in cui rifiuta qualsiasi rapporto di seduzione, come se si impedisse di innamorarsi di Nathalie. Un vero cuore solitario…

d24a4574-%e2%94%acjair-sfezÈ un medico troppo integro per aver bisogno di questo. In quanto attore anch'io diffido della seduzione. Potrei tentare di sedurre chiunque, persino lei per avere l'intervista migliore! Ma è una forma di trucco, di maquillage e assomiglia come due gocce d'acqua al narcisismo, all'egocentrismo. Nella storia del film, il mio personaggio è solo, è malato, eppure accoglie la collega sferrandole un «Ma chi l'ha mandata qui? Non è un posto per lei, lasci perdere!». E al primo errore la sbatte fuori dicendole «Se ne vada!». Come se il mestiere contasse più di tutto il resto. E un atteggiamento che riscontriamo in tutti gli appassionati di qualcosa. Del resto anch'io sono voluto passare da attore debuttante ad artista. Avrei potuto limitarmi a desiderare soltanto una rivalsa sociale, di azzuffarmi, considerando quello che avevo vissuto, ero perfettamente in grado di rivaleggiare con certi comportamenti. Solo che ho avuto la fortuna di incontrare dei registi, soprattutto di teatro, degli attori, delle attrici, che mi hanno fatto riflettere sul fatto che l'aspetto più interessante del nostro mestiere è l'arricchimento sul piano umano, la tolleranza, la condivisione, il fare insieme una cosa. Jouvet diceva: «Tanto vale l'uomo, tanto vale l'attore!». Seguire un percorso di artista-interprete e non di attore arrivista e individualista. Il cinema è uno sport collettivo. Se non ami lo spirito di squadra, fai un'altra cosa, altrimenti passi accanto a una miniera d'oro!

Thomas Lilti e Marianne Denicourt insistono entrambi sul contributo che ha dato al lavoro di squadra, citando le lunghe sessioni di lettura che ha fatto insieme a tutti gli attori e la sua richiesta di sopprimere ogni segno di punteggiatura nella sceneggiatura. Recita sempre in uno spirito così di gruppo?

d24a3440-%e2%94%acjair-sfezIo vengo dal teatro dove è chiaro a ciascuno che non tutto dipende da un unico attore. A me piace solo il lavoro di squadra e penso che possiamo superare noi stessi solo se siamo insieme ad altre persone. Un attore non è in grado di farlo da solo, non è mai un individuo solo che guarda se stesso. Con Alain Françon, che era il direttore del teatro La Colline, lavoravamo a tavolino nel corso di numerose settimane. Alla fine avevamo acquisito fiducia in noi stessi e fiducia negli altri, nessuno mostrava il "suo" lavoro, ciascuno esibiva il "nostro" lavoro. Non eravamo più il genio che esce dalla lampada e illumina da solo il palcoscenico o il set cinematografico! Ci dicevamo semplicemente: migliore sarai tu, migliore sarò io. Insieme a Marianne ci siamo capiti molto bene su questo punto e tutto quello che lei ha apportato è stato nell'interesse del film. Abbiamo entrambi il gusto di lavorare con un partner. Io credo immensamente nell'importanza del lavoro che si fa in fase di preparazione. Durante le riprese non lavoro più, mi calo nei panni del personaggio e lo vivo, preoccupandomi solo dell'atmosfera del set e dei miei partner. L’idea di sopprimere ogni segno di punteggiatura è di Peter Brook. Ci sono quindici modi di dire una battuta se elimini la punteggiatura. È tutta questione di decidere l'umore in cui scegli di pronunciarla, di giocare con lo stato d'animo.

Chi è il dottor Werner? Qual è la sua storia? Ha avuto un figlio, una compagna molto probabilmente…

Sì, non ha tendenze suicide, è più che altro uno che si lascia un po' annegare, come capita a molte persone malate. E che, a un bel momento, decide che la sola cosa che gli interessi è di esercitare ancora e sempre la professione medica. È il superamento del sé. Magnifico! Ama le persone e il suo segreto sta in questo.

Malgrado tutto, nel momento in cui il sindaco ha l'incidente si crea un legame tra Werner e Nathalie. Lei sa come fare per curarlo, mentre lui non ne ha idea…

È vero e va oltre un semplice riconoscimento di ordine professionale. Nathalie mostra di essere competente e acquista legittimità agli occhi di lui che nel frattempo diventa sensibile al suo fascino, alla sua femminilità, al suo sorriso. Gli sforzi che lei ha fatto per diventare medico di campagna mostrano una buona dose di coraggio. E in questo senso, i due si assomigliano molto.

L'unico momento in cui il dottor Werner ha un accesso d'ira, è quando si pone un vero e proprio problema di ordine etico. Etica di convinzione, etica di responsabilità, tutto è in gioco nel caso dell'anziano signore che vuole morire a casa sua e che Nathalie, per validi motivi, vorrebbe trasferire in ospedale.

Werner è anche un medico moderno che ha compreso il significato dell'accompagnamento nel fine vita. Che senso ha trasferire un anziano signore lontano dal suo cane, lontano dalla sua casa, quando lui per primo gli ha fatto la promessa di lasciarlo morire nel suo letto e dal momento che non ci sono più speranze?

IL MEDICO DI CAMPAGNA è anche un film politico che ci mostra quelle campagne francesi che si sentono abbandonate e quei medici che accettano di visitare i pazienti per 23 euro…

Certo, è anche un film politico e di denuncia sociale. Vengono dette delle verità, come la pesantezza della macchina amministrativa francese, quello che si chiama desertificazione sanitaria. Vivendo a Parigi o in altre grandi città tendiamo a pensare che i medici siano tutti borghesi ed esercitino la professione in ambulatori in boulevard Saint Germain a 150 euro a visita. Ma non è questa la situazione reale!

Per prepararsi a questo ruolo, ha letto dei libri o rivisto dei film?

d24a0906-%e2%94%acjair-sfezHo fatto più che altro un lavoro introspettivo. Da bambino ho avuto la fortuna di incontrare dei medici che mi hanno salvato dall'asma e, come molte persone, mi sono spesso trovato ad affrontare malattie gravi di alcuni dei miei cari e in quelle circostanze ho visto da vicino che cos'è un uomo o una donna di medicina. Lo spirito di abnegazione. E poi mi sono anche ricordato dei cattivi medici. Per esempio uno che si rifiutava di prescrivere una radiografia ai polmoni a un amico che glielo chiedeva da diversi mesi. Alla fine ha acconsentito dicendogli: «Scommetto una caramella che lei non ha niente». Il mio amico ha fatto la radiografia, gli hanno diagnosticato un tumore incurabile, ha richiamato quel medico e, sulla segreteria telefonica, gli ha lasciato il seguente messaggio: «Ha perso la scommessa, è lei che mi deve una caramella». L’umanità del mio amico che sa di dover morire e gli lascia queste parole semplici mi ha sconvolto. La verità è che anch'io sognavo di fare il medico, ma solo facendo l'attore si possono vivere tante esistenze diverse!

Intervista con Thomas Lilti regista di “Medico di Campagna”

Perché, dopo aver diretto HIPPOCRATE, ha avuto voglia di raccontare la storia di un medico di campagna?

d24a4574-%e2%94%acjair-sfezPrima di dedicarmi al cinema, facevo il medico. Grazie alla mia professione ho avuto modo di fare delle sostituzioni in ambiente rurale. Quegli anni durante i quali, da giovane interno, sono stato chiamato a fare le veci di medici di grande esperienza che esercitavano in campagna, mi hanno molto aiutato a crescere. Una volta diventato regista, mi è naturalmente venuta voglia di trasformare tutto il materiale che avevo immagazzinato in precedenza in un film. Dal punto di vista di uno sceneggiatore, la figura del medico di campagna è in assoluto tra le più romanzesche.

Non ha timore di relegarsi in quella che potrebbe apparire come una vera e propria specializzazione cinematografica, scegliendo di trattare ancora una volta l'universo della sanità?

L'unico vero punto in comune tra i miei due film è il rapporto con la professione. HIPPOCRATE è in primo luogo un film d'iniziazione, più o meno autobiografico, che racconta l'ambiente ospedaliero e conduce lo spettatore dietro le quinte di quella società in miniatura che è un ospedale. Nulla di tutto questo è presente in IL MEDICO DI CAMPAGNA. Qui il protagonista è un medico generico di grande esperienza e ho voluto più che altro descrivere la pratica medica, l'esercizio della medicina.

Il medico di campagna è un autentico eroe popolare, la gente lo ama… E la sua particolarità è di appartenere a una specie in via d'estinzione.

d24a0906-%e2%94%acjair-sfezBisogna impedire che la desertificazione della sanità guadagni terreno e adottare tutte le misure necessarie per evitare che questo tipo di medici scompaia. Per me si tratta di un presupposto sociale tra i più importanti e ho scelto di inserire questa problematica nel centro del film. A causa dell'abbandono delle campagne, è una professionalità che purtroppo tende a scomparire. Di conseguenza, il medico di campagna è più che mai percepito come un eroe positivo. Incarna un ruolo sociale tra i più importanti, è colui che assicura la comunicazione tra le generazioni e lotta contro l'isolamento e la solitudine dei suoi pazienti. Quello che mi stava a cuore facendo questo film era rendere omaggio a un mestiere di cui ho compreso a fondo l'importanza quando da giovane medico facevo delle sostituzioni in Normandia o nelle Cevenne. In quelle occasioni ho avuto modo di frequentare donne e uomini eccezionali.

Per incarnare questo eroe popolare ha scritturato un attore molto popolare, François Cluzet. Sta in questo la ragione della sua scelta?

Non c'è niente di più insignificante di proporre il ruolo principale di un film a un attore molto popolare! Mi sembrava coerente e naturale chiedere a François Cluzet, che è molto amato dal pubblico, di interpretare il ruolo di un medico di campagna.

Ha scritto la sceneggiatura pensando a lui?

Mi capita di rado di scrivere pensando agli attori che reciteranno le parti, ma ho in mente un'immagine abbastanza precisa dei personaggi. Nel momento in cui la sceneggiatura si precisa, iniziano ad apparirmi dei volti. E così, molto rapidamente, François è diventato per me una priorità. Vedevo una precisa correlazione tra lui e l'immagine che si costruiva nella mia mente, frutto di un incrocio tra la mia fantasia e i medici che ho realmente conosciuto.

Come ha lavorato con lui per riuscire a ottenere una tale giustezza nei gesti, nel modo di avvicinare il paziente, di ascoltarlo?

François Cluzet si è dedicato molto alla preparazione del film, esattamente come Marianne Denicourt. Peraltro, su proposta di François, abbiamo deciso di sperimentare due metodi piuttosto singolari. Il primo consisteva nel togliere ogni forma di punteggiatura dal copione! In alcune circostanze è stato difficile per i tecnici riuscire a seguire il testo, ma quest'operazione ha avuto il merito di azzerare tutte le intenzioni della sceneggiatura e di conseguenza di far sentire più liberi gli attori. Non c'era più nulla di fisso. Il secondo è stato di organizzare delle letture con tutti gli attori del film, senza alcuna eccezione. Penso che queste letture collettive abbiano contribuito a rafforzare la coesione della squadra e a creare tra noi un'autentica atmosfera da paese.

François Cluzet e Marianne Denicourt hanno trascorso del tempo con un vero medico di campagna?

François non ne ha sentito l'esigenza, contrariamente a Marianne che invece lo ha fatto. Ha incontrato dei medici generici che poi ha seguito nel corso delle loro visite e ha raccolto le loro testimonianze. Penso che i momenti trascorsi con loro siano stati per lei una grande fonte di ispirazione. So anche che Marianne e François hanno letto molto dell'argomento. Ci siamo anche scambiati dei documentari, dei libri di fotografie, degli articoli di giornali, tutta una serie di documenti che ci hanno aiutato a costruire una linguaggio in comune.

Tutti i personaggi che vediamo sullo schermo, compresi i pazienti, sono attori professionisti?

Sì, tutti tranne uno: l'agricoltore che vediamo all'inizio del film e al quale François Cluzet pratica una fasciatura. È il proprietario della fattoria dove abbiamo girato. È una piccola scena improvvisata che alla fine abbiamo deciso di tenere nel montaggio del film.

Sono attori anche i personaggi che hanno una disabilità mentale?

Nel gruppo dei giovani affetti da un deficit intellettivo, le comparse non sono attori. Tuttavia, Yohann Goetzman, il giovane autistico che vive in un centro specializzato, aveva già recitato ruoli di commedia in film che aveva lui stesso realizzato. E dal momento che gli capita di esibirsi su un palcoscenico e di suonare in un gruppo musicale, possiamo quindi dire che aveva già un legame con le professioni artistiche e un po' di pratica con le immagini.

Perché ha voluto inserire nel suo film delle persone che hanno una menomazione mentale?

Molte persone che soffrono di un handicap intellettivo, compresi diversi giovani, vivono in zone rurali. E spesso sono i medici generici, che non sempre hanno la formazione necessaria, ad occuparsi di loro. Inoltre, non avrei mai potuto immaginare di ricorrere a un attore professionista per interpretare un disabile e per di più Yohann aveva voglia di partecipare al film. Si è impossessato del suo ruolo esattamente come avrebbe fatto qualunque altro attore.

Nel film, il medico di campagna appare come una sorta di tuttofare, un uomo che cura le persone, ma al tempo stesso accoglie le loro confidenze e prodiga consigli…

Essere al tempo stesso un sanitario e un confidente in effetti fa parte della natura specifica del medico di campagna. Un'altra sua caratteristica è la scarsità numerica della categoria e di conseguenza un sovraccarico di lavoro che rende la maggior parte di questi medici spossata, tanto più che hanno sempre meno spesso la possibilità di essere sostituiti o affiancati.

Jean-Pierre Werner si trova in una situazione estrema. Scopriamo quasi subito che è malato e che lungo tutto il film vivrà in una sorta di corsa contro la malattia.

La figura di un medico ammalato mi piaceva. Mi permetteva di accedere alla dimensione sentimentale che cercavo. Grazie a questo espediente, il mio personaggio poteva vivere un'avventura singolare. Inoltre il fatto che sia un medico malato mi permetteva di affrontare la problematica dei "deserti della sanità" nelle campagne e di trattare la questione non in modo frontale, ma girandoci un po' attorno al fine di approfondire anche il tema fondamentale della trasmissione. La malattia lo costringe a farsi assistere. Gli viene imposta una sostituta ed è a questa dottoressa che dovrà tramandare tutta la sua conoscenza.

È per l'appunto il medico dell'ospedale che lo ha preso in cura per il tumore che, di sua spontanea volontà, propone a Nathalie di andare ad aiutarlo, di andare ad affiancarlo…

La sua iniziativa è dettata da varie ragioni. All'inizio, Nathalie, la dottoressa interpretata da Marianne Denicourt, non possiede le competenze necessarie per esercitare la professione medica in campagna. Mandandola ad aiutare il dottor Werner, il medico ospedaliero sa perfettamente con chi la sua collega avrà a che fare: con una testa dura! Con uno di quei medici di grandissima esperienza che non amano molto che altri decidano al loro posto. Del resto, Werner non è propriamente felice di vederla arrivare.

In un primo tempo, si lascia persino andare nel sottoporla ad una serie di angherie…

La mette alla prova. È un uomo che vive solo da molto tempo. Non ha la minima voglia di vederla sconfinare nel suo territorio. E in più è malato e non vuole che si sappia in giro. Ecco perché per lui questa donna rappresenta subito un pericolo. Ma il rito di iniziazione non dura a lungo: presto si rende conto che Nathalie possiede una serie di competenze e prende coscienza del fatto che potrebbe arrivare ad aver bisogno di lei. Per non parlare della dimensione altruistica della personalità di Werner: ama tramandare il suo sapere.

Fin dal loro primo incontro, ci domandiamo di che natura è il turbamento che scaturisce dal rapporto tra questi due medici…

È la ragione per la quale volevo che questo personaggio femminile non fosse una ragazzina, ma una donna con un suo vissuto alla vigilia di una svolta nella sua vita.

Questo profilo così singolare è stata una precisa scelta iniziale nella sceneggiatura o è nato dal suo desiderio di scritturare Marianne Denicourt per questo ruolo?

Un po' entrambe le cose. Chiaramente, dopo HIPPOCRATE, non volevo rifare un altro film di formazione. Avevo quindi voglia che il personaggio della dottoressa fosse una donna forte delle sue esperienze di vita e impegnata a misurarsi in una importante svolta professionale. Mi piacciono gli uomini e le donne che osano ripartire in un'altra direzione, ricominciare da zero. Dopo essere stata infermiera, Nathalie ha deciso di riprendere gli studi mossa dal desiderio di esercitare la professione medica in campagna, in controtendenza rispetto a quanto avviene oggi tra i giovani medici che non vogliono nel modo più assoluto stabilirsi nelle zone rurali. Inoltre, ha il suo bagaglio di conoscenze, ha acquisito delle tecniche che Werner non possiede o ha perduto. Con il passare del tempo, Werner prende coscienza del fatto che sono complementari e che ha bisogno di lei.

Ci sono diversi livelli cinematografici nel suo film: un livello realista, quasi naturalista, e poi un aspetto quasi documentaristico. E il tutto è intessuto in una trama molto romanzesca...

Avevo la sensazione che ci fosse un bisogno urgente di evidenziare le «carenze» del servizio sanitario pubblico nel suo attuale meccanismo di funzionamento, ma al tempo stesso continuavo ad avere il desiderio di raccontare una storia, di portare uno sguardo che fosse documentato, onesto e preciso. Non cerco né di fare film a tesi né di fare film intimisti, ma piuttosto di mescolare i due generi. Probabilmente in me c'è anche la volontà di far rivivere la dimensione politica e sociale tipica dei film degli anni '70-'80 che oggi mi sembra manchi nel cinema popolare francese. In fondo, mi piace raccontare delle storie sentimentali collocandole all'interno di un universo documentato e realista. Ed è esattamente il confronto tra questi due elementi che mi fornisce la materia e l'ispirazione per fare dei film.

IL MEDICO DI CAMPAGNA è un film che ha un ancoraggio sociale, sociologico e geografico molto forte. Per contro, l'aggancio politico sembra essere stato messo da parte…

Non ritengo di aver completamente eliminato questo aspetto dalle situazioni, anche se lo tratto solo con qualche accenno. Secondo me, IL MEDICO DI CAMPAGNA è anche un film politico o, quanto meno, un film impegnato. Per esempio, in merito al problema della desertificazione dei medici e delle case di cura, che è un vasto tema politico di grande attualità legato all'assistenza sanitaria nelle campagne, esprimo il mio parere nel corso di una scena…

Così come nel film ci parla anche del concetto di eguaglianza nell'accesso alle cure e del diritto di morire a casa propria…

Esattamente. Anche la problematica del diritto di morire a casa propria è presente nel film. La possibilità di organizzare un protocollo di cure domiciliari nelle zone rurali dipende anche da una scelta politica ben precisa.

Il dottor Werner regala a Nathalie una copia dei Racconti di un giovane medico di Michail Bulgakov. Una citazione sicuramente voluta. Quali altre opere l'hanno ispirata per la scrittura di questo film?

In effetti, amo immensamente quel romanzo di formazione. Anche il libro di John Berger A Fortunate Man: The Story of a Country Doctor è stato per me fonte di grande ispirazione. È stata Marianne Denicourt a darmelo da leggere. Inoltre c'è anche un altro libro di fotografie che ha ispirato moltissimo sia me sia il mio direttore della fotografia: si tratta di Médecin de campagne di Denis Bourges (Les Édition de Juillet). Nella prefazione che ha scritto per quest'opera, Martin Winckler fa queste osservazioni: «Fare il medico di campagna significa mettere radici, anche quando si è cresciuti in città e si è viaggiato molto. Si finisce con l'adottare un ritmo di vita, una parlata, degli usi e dei costumi. Non si è più soltanto colui che cura le malattie e raccoglie le confidenze delle preoccupazioni, si diventa anche il testimone dei cambiamenti del paesaggio, degli avvenimenti nel villaggio, delle partenze e degli arrivi. Si entra a far parte della contrada, della comunità. Si comincia ad appartenere». È anche di questo che parla il mio film.

 

 

Brexit, Trump, e la bufala dell’algoritmo

o-383573Le ultime importanti consultazioni elettorali, da referendum su Brexit in Gran Bretagna all’elezione del presidente degli Stati Uniti, passando per le amministrative locali italiane, hanno svelato una macroscopica bufala, quella dell’algoritmo.

Il sistema a cui politici, sondaggisti, opinionisti e giornalisti si sono attaccati nella speranza che fornisse loro il risultato desiderato. Sì, perché al netto delle mille spiegazioni e giustificazioni accampate a caldo, nell’immediato di esiti accolti come inaspettati, c’è proprio questo aspetto: il risultato non poteva che essere differente da quello atteso.

Costoro hanno commesso un grande errore, forse il più banale per l’uomo di strada, sicuramente il più grave per chi fa della politica o dell’analisi politica la sua professione o ragione di vita, quello di confondere i sogni con la realtà e di credere ai primi dimenticandosi completamente di osservare, ascoltare, annusare e quindi analizzare in modo attento, acritico, effettivo e completo la realtà.

Lo smarrimento in cui sono caduti tutti questi “supporter a vario titolo” spiega quanto in loro vi fosse solo ed unicamente una realtà, quella che si erano costruiti e che erano andati avanti a narrare come un mantra ma che era nettamente lontana dalla realtà effettiva.

In un passato editoriale, a proposito della sfida Trump vs Clinton, nell’immediato delle amministrative nostrane, ponevo l’attenzione su come lo scollamento tra establishment e masse fosse ampio. Una voragine ingigantita ed acuita da anni di crisi economica, ma soprattutto dall’incapacità dei rappresentati delle élite - mondo politico, economico/finanziario ed imprenditoriale - di ascoltare la gente, di immedesimarsi nel loro quotidiano e rea di propalare un verbo solo, quello degli ambienti di provenienza spacciandolo come il migliore, l’unico ed il vincente.

Per comprendere la realtà, oggi sicuramente più complessa di quella di qualche decennio fa, non è sufficiente appellarsi a sondaggi su panel più o meno rappresentativi, all’analisi dei social media, occorre scendere nella realtà privi di schemi prestabiliti. Solo l’osservazione - che i sociologi definiscono partecipante - attenta ai fatti e capace di ascoltare, senza partire con pregiudizi potrà permettere la comprensione della realtà e quindi consentire di esprimere un giudizio obiettivo.

I toni apocalittici puntualmente sollevati prima di ogni consultazione dalle parti in competizione mostrano come si viva ormai le elezioni in un clima da tifo che, quand’anche sia comprensibile, dovrebbe appartenere però solo ai diretti protagonisti, ai loro elettori e stakeholders, senza invadere il campo, l’ottica e quindi il giudizio di chi è chiamato a riportare la realtà e a darne un tentativo di interpretazione. Occorre tornare a raccontare il mondo come è, non come vorremmo che fosse, questa è la lezione che ci offrono le ormai tante previsioni sballate ed i tanti esiti elettorali differenti dalle attese, accolti con stupore quando non con raccapriccio. Altrimenti si continuerà a stupirsi ed a indignarsi dinanzi al responso dei seggi senza mai capirne il perché. La realtà non è un algoritmo e fortunatamente si sottrae alle sue logiche che vorrebbero un mondo facilmente analizzabile, controllabile e docilmente suddito.

 

Alessandro Sartore

SARO di Enrico Maria Artale al 34° TORINO FILM FESTIVAL

 

saro_stanza-vuotaSarà presentato in concorso ad Italiana.doc al 34. Torino Film Festival, il nuovo documentario di Enrico Maria Artale, regista dell’apprezzato esordio “Il terzo tempo”.

SARO è un viaggio alla ricerca di un padre mai conosciuto. Un percorso immaginifico attraverso la Sicilia tra conversazioni e paesaggi dell'anima, fino ad un incontro atteso, sfuggito, rifiutato per venticinque anni. Un road movie interiore, intimo e universale.

Sinossi:

saro_nella-foto-enrico-artaleLa voce profonda e poco comprensibile di un uomo risuona registrata nella segreteria telefonica: è la prima volta che Enrico ascolta la voce di suo padre. Saro, questo è il nome dell’uomo, è uscito dalla sua vita quando Enrico aveva poco più di un anno e da allora il ragazzo ha vissuto con la madre. Negli anni Enrico non ha mai indagato il motivo di questo abbandono, non ha mai voluto parlarne né tanto meno incontrare il padre. Ma un giorno, a venticinque anni, Enrico ascolta il messaggio della segreteria e sente che qualcosa, in lui, sta cambiando: ha trovato il modo di affrontare questa storia e decide di partire per un lungo viaggio solitario attraverso la Sicilia, l’isola della sua famiglia. Enrico troverà la casa del padre e il coraggio di bussare alla sua porta; si incontreranno e si racconteranno e ogni singolo momento sarà registrato dalla telecamera.

“Ho girato quando avevo venticinque anni - commenta il regista Enrico Maria Artale - e avevo appena iniziato la scuola di cinema. Poi ho chiuso tutto in un cassetto, e ce ne sono voluti quasi altri cinque prima di decidermi a rivedere il materiale. Mi sono trovato di fronte ad uno stile, e ad un me stesso, in cui quasi non mi riconoscevo più. Ma ho scelto di fare i conti con questa differenza, di non girare nessuna integrazione, di creare un dialogo tra due diversi momenti del mio pensiero, di lavorare su questo materiale come se fosse la storia di un personaggio altro, e non la mia.”

SARO di Enrico Maria Artale. Con: Enrico Maria Artale, Daniel Mejia Vargas, Sarah Sammartino, Giuseppe Sammartino, Maria Luisa Artale, Silvia Alù, Marco Morana, Saro Sardo Infirri; Scritto e diretto: da Enrico Maria Artale; Montaggio Valeria Sapienza; Musiche originali: Emanuele De Raymondi e Marco Messina; Montaggio del suono: Dario Calvari con Emanuele Cicconi; Fotografia: Enrico Maria Artale; Color Grading: Gianluca Palma; Prodotto da: Enrico Maria Artale per FILM AFTER FILM; Produttori associati: Ognjen Dizdarevic e Luca Pancaldi per Bright Frame - Roberto De Paolis e Carla Altieri per Young Films. (Italia, 2016, 67’).

SADIE di Craig Goodwill in anteprima mondiale al 34° Torino Film Festival

sadie_di-craig-goodwill_nella-foto-analeigh-tiptonIn anteprima mondiale al 34. Torino Film Festival | Festa Mobile
SADIE di Craig Goodwill, il thriller con Analeight Tipton e Marta Gastini
interamente girato a Torino e in Piemonte
Sarà presentato in anteprima mondiale al 34. Torino Film Festival - sezione Festa Mobile - “Sadie”,
l’ultimo thriller di Craig Goodwill con Analeigh Tipton, Marta Gastini, Jakob Cedergren, Jan Bijvoet, Valentin Merlet.
sadie_di-craig-goodwill_nella-foto-marta-gastini-e-analeigh-tiptonIl fim, interamente girato a Torino e in Piemonte, è un thriller psicologico che vede come
protagonista Sadie Glass (Analeigh Tipton - Crazy Stupid Love, Appuntamento con l’amore, Warm Bodies), scrittrice in erba in tour promozionale in Italia. Durante la presentazione del suo nuovo libro, incontra il suo storico amante Alex (Jakob Cedergren) che la convince a seguirlo in una villa immersa nella campagna piemontese per un lungo fine settimana. Ad accompagnarli, un’enigmatica ragazza di nome Francesca (Marta Gastini - Questi giorni, I Borgia). Qui, tra la bellezza sfarzosa e imponente di sale, stanze e corridoi barocchi, Sadie sarà coinvolta in un surreale e onirico gioco di omicidi e tradimenti d’ispirazione sadiana e affronterà i demoni del suo passato.

Nome di battaglia Donna. Racconto corale di donne che hanno lottato per la libertà

 

Un film di DANIELE SEGRE

nome-di-battaglia-donna-di-daniele-segre_nella-foto-tratte-donne-partigianeDaniele Segre presenta al 34° Torino Film Festival, nella sezione Festa Mobile, il suo nuovo film NOME DI BATTAGLIA DONNA, la storia corale delle voci di quelle donne che hanno fatto la Resistenza in Piemonte che si raccontano, illuminando difficoltà e impegno di una stagione decisiva per la nostra storia, trasmettendoci preziose informazioni, ritratti di un’epoca, passione, perdite e lutti così come conquiste e crescite.
Nel novembre 1943 sono nati i “Gruppi di difesa della donna per l'assistenza ai combattenti per la libertà”; questi gruppi promossero numerose manifestazioni per rivendicare la pace in città e nei comuni della provincia. Le donne raccoglievano indumenti per i partigiani, confezionavano bandiere e bracciali, le anziane facevano calze di lana e maglie, le più giovani facevano le gappiste in città, le staffette o imbracciavano le armi per liberare l'Italia dai nazisti e dai fascisti.

Marisa Ombra, Carmen Nanotti, Carla Dappiano, Gisella Giambone, Enrica Core, Maria Airaudo, Rosi Marino e Maddalena Brunero sono le protagoniste di NOME DI BATTAGLIA DONNA, alcune di quelle donne che hanno lottato per la loro e la nostra libertà combattendo in Piemonte tra il 1943 e il 1945.

“È stato, il mio, un atto di gratitudine - commenta Daniele Segre - verso chi ci ha permesso di vivere in libertà e in democrazia e soprattutto un omaggio alle donne nella Guerra di Liberazione dal Nazifascismo, figure spesso trascurate sia dal cinema che dalla letteratura. Confido che questo film possa contribuire a far riflettere sulla nostra storia, offrendo in particolare alle nuove generazioni, attraverso questi volti e queste voci, uno stimolo importante su cosa ha rappresentato l'impegno e il sacrificio delle donne nella Resistenza contro il nazifascismo.”

Una produzione I Cammelli S.a.s. in collaborazione con ANPI Comitato Provinciale di Torino (Italia, 2016, 59’). 

Fabbrica 4.0: la quarta rivoluzione industriale è alle porte, pro e contro

iot-300x213Si legge e si sente parlare sempre più spesso di Fabbrica 4.0, ma di cosa si tratta? Dopo l’era dei motori a vapore, quella dell’elettricità, quella dell’informatica, ecco ora l’ultima frontiera: l’ingresso delle tecnologie digitali e dei robot in quasi tutti i processi produttivi che saranno resi interconnessi ed automatizzati.

Un cambiamento epocale destinato, secondo gli osservatori, a cambiare per sempre il mondo del lavoro.

Saranno quindi i robot a sostituire il lavoro umano ed in quali ambiti? Il pensiero che le macchine soppiantino l’uomo nei lavori pesanti, quelli delle fabbriche o poco altro, è limitativo. Secondo gli studi, il 53% dei lavori svolti da umani è interamente automatizzabile, e quindi sostituibile.

Un’autentica rivoluzione quindi, che non riguarderà solo la fabbrica ma che toccherà pure attività impiegatizie e colletti bianchi.

Fabbrica 4.0 è stato il tema dominante del World Economic Forum di Davos, dove sono state affrontate le dinamiche di questa trasformazione, i pro e i contro e gli investimenti necessari a realizzarla. Proprio questi ultimi saranno fondamentali e l’UE è pronta ad investire ben 500 milioni per i prossimi 5 anni. In Italia, il governo sta pensando a come favorire gli investimenti in modo che si liberino risorse per ricerca, sviluppo ed innovazione. Il piano del governo mira a movimentare fino a 10 miliardi di investimenti privati solo per l’anno 2017.

È quindi evidente che per raccogliere la sfida, la seconda economia manifatturiera d’Europa debba cambiare il modo di ragionare che ha sinora trascurato proprio il versante degli investimenti in ricerca/sviluppo ed in conoscenza/innovazione. Il nostro Paese per cogliere i benefici di questa sfida dovrà quindi attrezzarsi a fornire un’adeguata preparazione digitale per le mansioni richieste.

A Davos infatti si è affrontato anche il tema delle ricadute lavorative che questa nuova era porterà con sé. Secondo le analisi Industria 4.0 rappresenta sicuramente una grande opportunità ma presenta anche dei rischi. I lavoratori che saranno impiegati nel nuovo corso saranno ad alta specializzazione e le stime parlano di circa due milioni di nuovi occupati, in compenso verranno tagliati ben sette milioni di lavoratori che non saranno più necessari e che verranno rimpiazzati dalle nuove tecnologie.

Un’emorragia di posti di lavoro che rischia di complicare ulteriormente un quadro già difficile e che richiede inoltre di ripensare lo stato sociale perché, così com’è oggi, difficilmente in futuro sarà sostenibile. Se infatti l’introduzione del reddito di cittadinanza è molto improbabile in quanto causerebbe grossi problemi contabili, è comunque evidente che Fabbrica 4.0 creerà dinamiche nuove capaci di produrre grosse tasche di disoccupazione e povertà le quali a loro volta rischiano di generare nuovi problemi sociali.

La sfida va quindi raccolta, non certo rigettata, ma compito dei governi - perché si compia un autentico passo avanti, di pieno sviluppo - sarà quello di creare contesti e condizioni adeguate in grado di non lasciare indietro quella parte della popolazione che per mancanza di competenze o per fisiologica minore richiesta di manodopera verrà messa ai margini da questa storica trasformazione.

 

Alessandro Sartore

Riforma si, Riforma no. Cosa e come cambia la Costituzione. Il 4 dicembre il referendum

resizeIl prossimo 4 dicembre saremo chiamati ad esprimerci riguardo la riforma costituzionale. Su questa il premier Renzi ha puntato tutto, quindi in caso di vittoria del sì, il risultato sarà salutato come un successo del Governo, in caso contrario ne decreterà se non la fine, crepe pericolose, capaci di portare alla fine anticipata della legislatura.

Un Paese maturo non dovrebbe limitarsi a farne un’occasione di giudizio sull’operato del primo ministro e del suo Governo, bensì dovrebbe sforzarsi di entrare nel merito delle modifiche per tentarne una valutazione e quindi esprimersi al riguardo. Purtroppo questo non avverrà, perché in un primo momento il Presidente del Consiglio si era intestata la riforma personalizzandola oltre misura. Poi, il tempo, e soprattutto i sondaggi, hanno suggerito di cambiare strategia e di tentare di spiegare agli elettori almeno quanto di più appetitoso per la pancia dell’elettorato, contenga il testo.

Proviamo quindi a vedere di cosa si tratta, in cosa consistono i cambiamenti che il ddl Boschi intende apportare all’attuale carta costituzionale.

Diciamo subito che il piatto forte della riforma riguarda la fine del bicameralismo perfetto che non significa però fine del Senato, ma diverso ruolo della seconda camera del Parlamento.

Il Senato infatti rimarrà, si comporrà di meno senatori, rappresenterà le istituzioni territoriali ed eserciterà funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica (comuni, città metropolitane e regioni). In particolare, si comporrà di 100 soggetti (ora i senatori sono 315, più quelli a vita nominanti dal Presidente della Repubblica), 95 nuovi senatori (non più eletti dai cittadini) saranno eletti dai consigli regionali tra i propri componenti e tra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori, 5 verranno nominati dal Presidente della Repubblica.

Gli aspetti più controversi riguardano la durata ed i rimborsi spese. La durata sarà variabile, essendo infatti i nuovi senatori legati alle scadenze di regioni e comuni, si assisterà ad un periodico balletto di sostituzioni dei suoi componenti che rischia di causare un rallentamento dei lavori d’aula. Riguardo alle spese (non è corrispondente al vero che non costerà nulla), l’apparato del Senato – uffici, segreterie e utenze varie – rimarrà in piedi con i suoi costi.

Altro punto di incertezza riguarda il famoso bicameralismo perfetto (vale a dire le attuali uguali mansioni dei due rami del Parlamento). Non è del tutto vero che verrà cancellato, il nuovo art.70 prevede infatti ancora una serie abbastanza nutrita di leggi (e tutte non secondarie) che verrebbero ancora approvate insieme da Camera e Senato. Le altre leggi le approva soltanto più la Camera dei deputati. Però ogni disegno di legge approvato dalla Camera verrà immediatamente trasmesso al Senato che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi, il Senato può deliberare proposte di modificazione del testo. Difficile immaginare che un Senato non in sintonia rispetto alla Camera si lasci sfuggire l’occasione di pronunciarsi sui disegni di legge trasmessigli. La doppia lettura delle leggi dunque resta, sebbene in forme diverse e forse un po’ più accelerate. Altrettanto incerta la funzione del Senato per l’esame dei decreti governativi da convertire in legge (art. 77, co. 6).

Infine, l’aspetto spesso più trascurato anche dai critici della riforma riguarda la materia della gestione economica, finanziaria e patrimoniale dello Stato. Questa materia è, al momento, prevista nell’art. 81.

La legge che approva il bilancio è l’atto sovrano e solenne con il quale, ogni anno, lo Stato definisce il quadro complessivo della finanza pubblica. L’art. 81 vigente disciplina: sono le Camere che devono approvare il Documento di economia e finanza, la Legge di stabilità, la stessa legge di bilancio e le sue modificazioni. La riforma Boschi lascia al Senato il compito di una rapida verifica e l’eventuale deliberazione “di proposte di modifiche entro quindici giorni dalla trasmissione”. Viene quindi meno il bilanciamento voluto dai costituenti, lasciando al Senato solo il ruolo di spalla. Tutti i destini finanziari dello Stato sarebbero decisi da un solo soggetto, magari ampiamente gratificato da una legge elettorale che lo rende padrone di tutte le sorti del Paese.

A conti fatti sarà un Senato prevalentemente spettatore di decisioni altrui, sulle quali ha poche possibilità di intervenire e interferire (e nel caso dovrà essere rapidissimo, visto i tempi accordategli). Avrà anche la “nobile” funzione di rappresentare le istituzioni territoriali ed esercitare funzioni di raccordo tra Stato ed enti territoriali. Ma per questo è già presente la Conferenza unificata Stato-regioni.

Infine la riforma prevede alla voce abolizione quella definitiva delle Province e del Cnel. Peccato per le Province, vero ente di raccordo cittadino/territorio, forse sarebbe stato più saggio abolire le Regioni. Del Cnel, invece, non ne sentiremo la mancanza. In attesa di vedere come finirà, l’invito è quello a informarsi, leggere, approfondire e sentire entrambe le campane per esprimere un voto quanto più lontano da schieramenti di parte ma obiettivo e responsabile.

Alessandro Sartore

 

Al via il corso “Come preparare la relazione tecnica – Legge10” con ANIT

A 11 anni dall’emanazione del DLgs 192/05 il mondo dell’efficienza energetica applicato all’edilizia cambia nuovamente le regole del gioco. A seguito della pubblicazione dei nuovi regolamenti nazionali (Decreto Requisiti minimi) e regionali, 3 giorni di formazione con ANIT e ANEA a Napoli, il 26-27 ottobre e 7 novembre 2016, su “Come preparare la Relazione TecnicaLegge 10” e raggiungere un buon livello di conoscenza tecnica e consapevolezza normativa sul sistema edificio-impianto.

Il Corso di 24 ore è valido per l'assegnazione di Crediti Formativi Professionali (n. 21 CFP per gli Ingegneri, n. 15 CFP per gli Architetti e n. 24 CFP per i Periti Industriali) e per il mantenimento della certificazione EGE da parte di TUV; permette, inoltre, a tutti gli iscritti alle Associazioni CASARTIGIANI, CLAAI, CNA, CONFARTIGIANATO, CGIL, CISL, UIL di usufruire dei contributi per la formazione, pari al 50% della spesa sostenuta, grazie all’accordo siglato da ANEA con EBAC Campania.

Essendo il corso a numero chiuso, è preferibile compilare online, quanto prima, il modulo di iscrizione all’indirizzo http://www.anea.eu/formazione/form_cprtl10b.htm

Per visualizzare il programma: http://www.anea.eu/pp_cprtl10b.htm

Maggiori informazioni: www.anea.eu

La Redazione